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La vasca del Führer

Lee (Elizabeth) Miller Penrose, di professione fotografa, ma con un passato come modella, si trova immersa nella vasca da bagno del Führer, in un ambiente tutto bianco, con asciugamani bianchi e il monogramma A.H. sull’argenteria che svela l’identità del proprietario. È il 30 aprile 1945, l’americana ha appena fotografato gli orrori di Dachau e ora, dopo aver visionato tutte le stanze, dove non traspare la benché minima presenza del male, in quella vasca, nella stanza dove ha portato i suoi anfibi sporchi del terriccio di Dachau, strofinandoli, per sfregio, sul tappetino, bianco anch’esso, compie quasi un esorcismo, mentre si fa domande sugli orrori che ha visto con l’occhio attento della sua macchina fotografica. E lei che ha trattenuto a fatica la nausea, ora si lascia andare di fronte alla apparente rispettabilità del male. Lo scatto del fotoreporter David Scherman, uno dei più famosi, con l’immagine di Lee nella vasca del Führer rimane dentro una scatola, mentre la rivista Life pubblica in copertina un altro scatto che ritrae il sergente maggiore Arthur Peters sdraiato nel letto di Hitler mentre legge il “Mein Kampf”. Elizabeth, Li-Li, come la chiama suo papà Theodore, è nata del 1907. La passione per la fotografia l’ha eredita proprio dal padre, uno stimato ingegnere di Poughkeepsie che non disdegna di far posare sua figlia nuda davanti a un paesaggio innevato per un ritratto. Il nudo per loro non è un tabù e anche la mamma Florence lo ha già fatto. Tutti ammirano la positività di Theodore e le sue indubbie capacità: dispongono già di acqua corrente, riscaldamento ed elettricità in casa. Un giorno è proprio un amico di famiglia a rovinare tutta questa fiducia nel progresso, nel futuro, nell’umanità, abusando di Elizabeth e lasciando una macchia che non andrà più via...

C’è sempre da imparare qualcosa nei libri di Serena Dandini, non solo perché ci presenta donne straordinarie, delle quali magari si conosceva poco niente o di cui non si conosceva proprio nemmeno l’esistenza, ma anche perché nelle ricerche che compie a 360 gradi sui suoi personaggi speciali è in grado di mettere in luce epoche, oggetti, situazioni, città, che forniscono quadri precisi e ricchi di particolari. E impreziosisce il tutto con l’inserimento anche di paralleli con la propria famiglia, con le sue emozioni e i ricordi. Poi, certo, le sue donne incredibili fanno il resto. Ed Elizabeth Miller non è una donna qualsiasi, è una modella e una fotografa di successo, collabora con riviste prestigiosissime e tutto questo avviene quando le donne erano soltanto “angeli del focolare”. Ma non basta. È la musa ispiratrice di grandi artisti ed è lei stessa un’artista unica e irripetibile, tanto che le affidano anche le immagini per la creazione di importanti campagne pubblicitarie. È unica nel suo vivere esperienze uniche. La famiglia dà una certa impronta allo spirito libero di questa donna, anche grazie al tipo di educazione aperta che le ha dato, in un periodo decisamente improbabile per queste menti libere e ispirate, come può essere stato l’inizio del Novecento. Totale libertà, quindi, ma anche totale appoggio, perché non l’abbandona mai. Su tutto vale ricordare le scuse pubbliche rese dal “Time” a Elizabeth, perché costretto da una lettera furiosa del padre per un commento sull’ombelico della figlia definito “il più bello di Parigi”. Eppure in tutta questa libertà e apertura mentale, nella sua indubbiamente bella vita, lei non sembra essere felice.