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La vedova scalza

La vedova scalza

È un mattino di giugno quando riportano Micheddu a sua moglie, smembrato a colpi di scure come un maiale. Non gli è rimasta in corpo una goccia di sangue. Il loro cane, impazzito dalla paura, gira intorno al nespolo e ringhia mentre lei stende i resti sul tavolo di granito nel cortile e li lava col getto della pompa, mosche verdi ronzano intorno. Gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore e calciarlo come una palla di stracci. “Micheddu, amore meu, che eri buono quanto il Gesù Bambino che svetta sulla cupola della chiesa de su Rosariu, questa balentia qualcuno la pagherà in sonanti, di leppa o pallettoni deve crepare chi ti ha sfregiato così”, pensa addolorata. Lava il cuore con acqua e aceto e lo avvolge in carta oleata prima di riporlo sotto il cuscino della bara. A nessuno permette di aiutarla a preparare la salma, nessuno deve toccarlo, era il suo uomo in vita e suo resta dopo la morte. Con fatica riesce a infilarne le membra rigide come un tronco di sughero dentro il baule. Il sole rovente di quell’estate “mala” brucia ogni cosa, le campane della chiesa rintoccano e il “rumore del bronzo” si disperde nell’aria portando sempre più lontano l’anima di Micheddu. Affida Daliu, il loro bambino, a tzia Brasiedda affinché lo porti da parenti, via da quell’orrore che è toccato al padre. Lei non piange e non le importa ciò che pensano nel vicinato, le lacrime per il suo grande amore le versa dentro sé, a piangere e strepitare ci pensano le prefiche. Perdonare? Non se ne parla, lì a Taculè gli sgarri vengono sempre restituiti con gli interessi e anche suo suocero Grisone Lisodda, noto Secchintrese, promette vendetta baciando la guancia indurita del figlio. Mandante e assassino sono noti a tutti. Il cortile di casa è pieno di persone incredule e curiose, chi lo temeva e lo odiava si è presentato prima degli altri, per vedere le carni massacrate. Per fortuna suo cognato Istellazzu caccia via tutti quelli che cercano di toccarlo. Dopo si fanno avanti gli amici veri e quelli falsi, per sbirciare la sofferenza della famiglia. Tutti hanno già visto numerosi cadaveri, ma quello di suo marito è un cadavere importante, lui è Micheddu, noto Calavriche, il latitante, il ribelle. Da quelle parti si diventa banditi in fretta, dicendo un no nel posto sbagliato, lasciandosi stordire dall’odio, dall’orgoglio, dall’acquavite o dalla gelosia…

“Avevamo le unghie nere come artigli, le braccia e le gambe graffiate dai rovi, i piedi spaccati dal reticolato dei muri degli orti. Non conoscevamo lo spazzolino e la carta igienica, e chi nasceva strabico moriva strabico, chi aveva i denti storti o le gambe a ighisi così se li teneva con orgoglio fino alla morte”. In una Sardegna rurale assolata e in balia della miseria e degli abusi perpetrati dai fascisti, Niffoi racconta una storia d’amore nata in giovane età tra la piccola Mintonia e Micheddu, ragazzino ribelle che non teme di affrontare le forze dell’ordine e manifestare senza paura il suo disprezzo verso Mussolini. Mintonia nasce a Laranei nel vicinato di Sas Tres Lacanas all’uscita del paese, il 21 luglio 1915, il nome è un omaggio ai nonni paterni Antonio e Maria, ma tutti la chiamano Tonia. Fin da piccola dimostra un carattere tenace e vendicativo, a nessuno è permesso mancarle di rispetto, neppure ai numerosi fratelli, che col tempo vengono a mancare: “Una volta eravamo tredici, perché poi il tempo e la malasorte hanno iniziato a potare i grappoli di carne della mia famiglia”. È tenace, impara a scrivere da sola, legge libri su libri, ed è grazie alla sua sfacciataggine che attira l’attenzione di uno dei ragazzi più scalmanati di Taculè, il paese vicino, sfidando la propria famiglia, ostile a un legame tra i due sia perché troppo giovani per un sentimento così forte sia perché conoscono la fama della famiglia Lisodda, inoltre temono le malelingue della zona, ci vuole poco per distruggere la reputazione di qualcuno con bugie e meschinità. Micheddu è segnato proprio a causa del suo spirito ribelle, la milizia è disposta ad attribuirgli colpe non sue pur di toglierlo di mezzo – alcune rapine e un omicidio organizzati al fine di incastrarlo – costringendolo a diventare un latitante per salvarsi, un sacrificio che si rivela inutile. La scrittura di Niffoi è cruda e incisiva, alterna l’italiano e il dialetto barbaricino, descrive i luoghi selvaggi in cui si consumano le vite dei suoi personaggi, ricostruisce abitudini familiari, consuetudini alimentari, ritmi di lavoro e i limiti dovuti all’isolamento, offrendo ai lettori un’immagine concreta dell’entroterra sardo nella prima metà del Novecento, quando per sfuggire alla mala sorte in Sardegna occorreva trovare il coraggio di partire e cominciare una nuova vita altrove, procurarsi i documenti e dire addio alla propria terra: “Disperazione fresca, formaggio e acquavite dentro le valigie di cartone color castagnino”. Il romanzo La vedova scalza si è aggiudicato il Premio Campiello nel 2006, accendendo i riflettori della scena letteraria italiana su Niffoi, che proprio l’anno prima è entrato nel catalogo Adelphi: “Affinché la cultura non sia solo un modo di sopportare il male di vivere, ma una forte speranza di riscatto. Il primo colostro linguistico che ho ciucciato è quello di una lingua nitroglicerinica: il sardo. Io non uso il dialetto. Dialetto è un termine razzista. Io uso una lingua locale” (Il Giornale, 11 settembre 2006).