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La veglia dei corpi

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In inverno la città sul litorale si svuota: hotel sprangati, animali randagi in cerca di cibo e gabbiani in volo, freddo che arriva alle ossa, “silenzio senza conforto”. Un gruppo di amici cerca qualcosa; talvolta qualcuno grida “Trovato!” per poi tornare al falò dove tutti gli altri si ritrovano… Ci sono quei grandi condomìni che, agli occhi di un bambino, rappresentano il mondo. Sono attraversati dal sole, mentre lo sguardo li percorre verso l’alto, verso gli attici. In uno di questi abita il notaio e, nei piani appena sotto il suo appartamento, le sue donne, tante. Tra il via vai continuo dei clienti, un bambino cerca di scorgere il misterioso personaggio… In una cucina desolata, solo il ticchettio di un orologio sembra dare parvenza di vita. Rachele sta seduta lì, “tra vecchi pensili e piastrelle sbiadite, senza sapere con esattezza quando sarebbe arrivato l’Ispettore” che avrebbe consegnato la convalida. L’unica speranza, mentre fuori impazza il Carnevale, è ottenere il permesso per morire… Ai contadini ci pensa il Consorzio: attribuisce mansioni lavorative, stabilisce la destinazione dei terreni, possiede e controlla ogni cosa. Soltanto la chiesa di Don Davide riesce a resistere, in autonomia. Quando la morsa del gelo si fa pesante, il prete sceglie una panca che sta per cedere e la arde, sotto “lo sguardo” di un affresco rovinato che raffigura San Giuseppe, “quella mezza faccia con quella mezza barba”…

Sette racconti, quasi sette soggetti per film. In poche pagine, molte immagini: Valerio Ragazzini esplora con sguardo concentrato paesaggi evocativi e li affolla di personaggi. Senza raccontare troppo, infonde tra le pagine atmosfere, ombre, silhouette di esseri umani complessi. L’atmosfera: penombra, crepuscolo, gli alberi spogliati dall’inverno, il gelo penetrante; gli esseri umani: corpi che faticano per esistere, e per i quali è altrettanto complicato morire. C’è piuttosto una dis-umanità o una post-umanità, poiché molte delle scenografie e delle dinamiche sociali lasciano intravedere un mondo simile al nostro ma che il nostro non è più. Lo si intuisce dalla Natura violata, dalle relazioni involute, dalla denuncia che alcuni personaggi, pur senza urlare né palesare il male che li circonda, accennano. In un’intervista, l’autore faentino - qui alla sua terza raccolta di racconti - precisa che lo sfondo apocalittico delle sue storie non è da collocare nel futuro. Che non si tratta di una distopia, bensì della consapevolezza di una fine inevitabile insita nei protagonisti. La sensazione di relegare, dunque, al genere fantastico un mondo distorto colpisce al cuore il lettore, e accade proprio quando arriva la smentita. Il senso di disagio - che può diventare vita, oppure il suo contrario - è già dentro di noi, e spesso la narrativa riesce a svelarlo.