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La vendetta

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“Ho sempre abitato qui, me ne accorgo subito quando qualcosa è fuori posto”. Quella primavera, così calda da far implorare tutti quanti per un po’ di pioggia, è senza dubbio la peggiore che la polizia della città di Oslo possa ricordare: tre omicidi, sedici stupri e ora questo. Una legnaia alle porte della città, in una zona dove gli abitanti hanno imparato da tempo a convivere con il degrado incalzante, con così tanto sangue sparso all’interno da far pensare che un essere umano vi sia stato squartato. Ma non c’è un corpo, solo sangue. Per Hanne Wilhelmsen si tratta di dover aspettare che qualche cadavere “salti fuori”, così che il suo caso finalmente assuma lo status di omicidio. Mentre il malcontento nelle strade cresce di fronte alle difficoltà della polizia nel portare a termine le indagini su ogni caso assicurando i colpevoli alla giustizia, Hanne e Håkon, il suo collega, si trovano a cercare elementi che potrebbero aiutare a risolvere l’enigma, finché un nuovo caso, questa volta nel centro elegante della città, regala una svolta inattesa agli eventi…

Anne Holt (la più famosa scrittrice norvegese, tradotta in 25 lingue) ci regala un crime avvincente saltando, come nel suo stile, a piè pari i convenevoli e i dettagli non necessari e andando dritta al nocciolo della questione: il crimine su cui indagare. Pochi fronzoli, tanta attenzione a tessere un romanzo le cui direttrici rispecchiano i cliché del genere nei primi anni Novanta (il libro è del 1994 e prima di Einaudi a portarlo in Italia è stata la Hobby & Work). La prima metà del libro è certamente la più proattiva: la narrazione è incalzante, i personaggi lasciano intravedere alcuni lati dei loro caratteri e l’indagine, sempre in primo piano, procede nella ricostruzione complessa degli eventi. Nella seconda metà il meccanismo della narrazione sembra un po’ incepparsi, l’attenzione del lettore non è più così facilmente garantita e di tanto in tanto alcuni passaggi risultano leggermente ridondanti e persino soporiferi. La Holt riesce nell’intento di portare a galla anche le conseguenze, le ferite più profonde, i “danni collaterali” che atti di violenza estrema possono far emergere nelle persone, chiunque esse siano. Ridondante è però la scelta di descrivere in ogni modo Oslo come una città minimalista, abitata da persone minimaliste che conducono vite minimaliste: una caratterizzazione troppo accentuata che riesce a rendere quasi odiosa al lettore una città che invece fa da contorno a una affascinante indagine.