Salta al contenuto principale

La ventinovesima ora

La ventinovesima ora

Sente il senso di colpa per averlo fatto: approfittando della sua posizione di segretario particolare del papa Martino VI, si è intrufolato nelle stanze del Santo Padre ed è venuto a conoscenza di un segreto che non può rivelare a nessuno, commettendo per di più un peccato di cui vorrebbe mondarsi, ma che non sa a chi confessare. Perché, come gli ripete spesso il Santo Padre, in Vaticano sono soli, non possono che fidarsi l’uno dell’altro. È così da quando il papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, il papa teologo, si è dimesso dal suo incarico lasciando la sede vacante: l’elezione di Martino VI, nome quanto mai appropriato considerando che Martino V era stato eletto a sua volta dopo un’abdicazione, ha diviso in due il conclave e messo in difficoltà il nuovo papa e tutti quelli che lo stanno sostenendo. Benedetto XVI al momento non è ancora rientrato in Vaticano, ma tutti sanno che presto arriverà e sanno anche che dovranno decidere da che parte stare. Per questo si stupisce di quanto ha sentito questa sera: entrato senza neanche sapere perché nelle stanze di Martino VI, è arrivato fino alla soglia dello studio, dove la luce è ancora accesa. Sente che il papa è ancora in piedi e sta lavorando, sente anche che sta bisbigliando qualcosa. Ma con chi parla? Possibile che abbia percepito la sua presenza? Il suo respiro si arresta, deve sentire meglio cosa sta dicendo il papa: finalmente la voce si fa più nitida e chiaro un nome si staglia nell’aria un nome, “Joseph”. Quel Joseph? Martino VI sta parlando al telefono con quell’altro, con l’altro papa? Il tono è anche abbastanza seccato. Cosa avranno mai da dirsi?

Andrea Tarabbia non è nuovo a romanzi storici in cui i fatti reali si mescolano, in modo quasi indistinto, con delle ricostruzioni artificiose se non proprio con realtà parallele. Questo accade anche nel breve testo de La ventinovesima ora, organizzato come il diario anonimo del segretario personale di un papa mai esistito, nel quale si immagina, parallelamente ai fatti reali, che a Benedetto XVI non sia succeduto Francesco I, ma un fantomatico Martino VI. Il testo parte dalla votazione del Conclave e si nutre di possibili conflitti, fraintendimenti, invidie ed opposizioni che scaturiscono in seno al Vaticano, quando anche gli uomini di Chiesa dimenticano di essere apostoli del Signore e si lasciano vincere dalla bramosia di potere. Nel suo diario, anonimo, sono annotati fatti verosimili che denunciano tutta la piccolezza degli uomini, schiavi delle pulsioni più basse tipiche di una corte. Emergono tatticismi, politicismi, tutto il marcio dei sotterranei del Vaticano, per rubare la definizione ad André Gide, in cui domina l’uomo con la sua fragilità, il suo livore, la sua cupidigia: si perde ogni aura di santità, per ritrovarsi tutti umani, papa compreso. Purtroppo il libro non va molto oltre l’impianto, si avvita su un finale scontato e manca di ritmo ed inventiva. Tutto però un po’ troppo scontato. Nel complesso una lettura intrigante che però manca del fascino magnetico di altri scritti pseudo-storici di Tarabbia: ma forse l’errore è proprio voler trovare una continuità nella vena artistica dell’autore, che comunque si conferma un eccellente narratore, anche se rende di più quando è indotto dalla narrazione di storie di altri.