Beirut, dentro un minuscolo appartamento. Un uomo di sessant’anni sta applicando una tintura scura sulle radici dei capelli candide di una donna ottantenne. Lei è avvolta in una tovaglia cerata a quadri rossi e neri, tenuta ferma al collo da una clip fermacarte. Si scontrano di continuo con un affetto ruvido. “Che figlio di puttana”, sibila lei con veemenza, fissando il proprio riflesso con occhi scuri segnati da un leggero strabismo. La loro convivenza è scandita dai capricci del generatore diesel del palazzo: quando si accende, bisogna correre a ritirare il bucato per non farlo impolverare. Fuori, su un balcone vicino, un ventenne in slip bianchi striminziti fuma pigramente una sigaretta, scatenando nell’uomo che lo spia un’eco nostalgica per il desiderio carnale ormai sfiorito. All’interno, la vita scorre invece tra le fusa dei gatti Monet e Manet e le surreali serate in cui la donna si sballa con i biscottini alla marijuana, placando la successiva fame chimica con due tipi diversi di stufato cucinati nel cuore della notte. Ma dietro questa coreografia domestica preme il disastro. I risparmi di una vita da insegnante di filosofia sono stati letteralmente polverizzati dal collasso delle banche libanesi. L’indigenza fa terrore. Così, quando spunta un’e-mail dall’America che offre una residenza dorata per premiare un vecchio testo scritto decenni prima: “Una passeggiata con gli spettri giapponesi di Beirut”, l’esca è assolutamente perfetta. Una fuga disperata, resa ancor più urgente dai ricatti affettivi di un fratello avido, pronto a scappare a Dubai svendendo la madre e persino il gigantesco tavolo ancestrale del bisnonno per soli trecento dollari…

Immaginate un appartamento di Beirut dove l’aria profuma di cardamomo, polvere e disillusione. È qui che Rabih Alameddine ci trascina con la sua penna inconfondibile. Il suo stile è un capolavoro di equilibrismo: tagliente, irriverente, a tratti ferocemente cinico, ma capace di svelare all’improvviso un animo tenerissimo e ferito. La narrazione procede per strappi, ricordi e digressioni, assecondando la mente brillante di un protagonista che tenta di esorcizzare il trauma di un’intera esistenza e di un paese al collasso finanziario ed emotivo. L’atmosfera mescola sapientemente il dramma intimo alla tragedia collettiva. La claustrofobia domestica si nutre di litigi dal sapore tragicomico, per poi aprirsi a riflessioni universali sulla vecchiaia, sul desiderio queer ormai divenuto un fantasma e sul peso del passato. Se apprezzate l’umorismo agrodolce e nevrotico di Andrew Sean Greer, troverete in queste pagine una voce altrettanto potente. Curiosamente, il libro stesso gioca con i suoi ingombranti riferimenti letterari, scomodando esplicitamente W.G. Sebald e opere come “Gli anelli di Saturno” o “Austerlitz”, per poi smontare l’aura dell’intellettuale naïf con una graffiante dose di autoironia. A livello editoriale, l’opera sfoggia in copertina il plauso del National Book Award, confermando la statura internazionale di questa voce libanese. Personalmente, credo che l’energia vitale di quest’opera risieda proprio nella sua disarmante, spietata onestà. Non ci sono eroi su queste pagine, soltanto esseri umani squisitamente imperfetti che cercano di sopravvivere alle proprie macerie, aggrappandosi al legno scheggiato di un tavolo ancestrale o alla folle illusione di una borsa di studio americana. È una lettura che prima vi strappa un sorriso amaro e, la riga successiva, vi stringe lo stomaco.