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La vergine eterna

La vergine eterna

Con il sopraggiungere del tramonto, è l’ora della passeggiata salutare lungo il canale. Il movimento ritmico di due bastoni metallici colorati, uno rosso, stretto nella sinistra di un anziano e l’altro verde impugnato da un uomo di mezza età, è quasi ipnotico. Il vecchio scrittore e suo figlio Hikari camminano in mezzo ai pochi passanti che frequentano la zona alla sera, quando all’improvviso una voce in un inglese britannico dall’accento giapponese li raggiunge interrompendo il loro esercizio: “What! are you here?”. Un timbro un po’ diverso da quello rimasto impresso nella memoria dell’uomo, ma d'altronde sono passati trent’anni dal loro ultimo incontro. L’amico di vecchia data, Komori Tamotsu, si avvicina con indosso una giacca di velluto blu navy e una camicia di seta bianca. Lo stile perlomeno è rimasto quello di mezzo secolo fa, quando entrambi frequentavano il campus di Komaba, all’Università di Tokyo. A quei tempi lui sognava di entrare al dipartimento di letteratura francese, Komori invece era già molto noto nell’ambito del teatro giovanile. Il suo futuro da produttore cinematografico era già abbozzato. Poi però si erano persi di vista, fino a quel fatidico riavvicinamento in occasione del bicentenario dalla nascita di Heinrich von Kleist e all’idea di realizzare la trasposizione cinematografica del suo romanzo Michael Kohlhaas, insieme alla celebre attrice Sakura Ogi Magarshack. I ricordi di quella vicenda sono ancora così nitidi. All’epoca, Komori aveva cercato fin da subito di includerlo in quell’ambizioso progetto internazionale che coinvolgeva quattro troupe: una nordamericana, una tedesca, una latino-americana e una asiatica. Chi meglio di lui avrebbe potuto rivisitare in chiave personale quel racconto, combinandolo con gli eventi storici e le leggende relative alle rivolte contadine dello Shikoku? Il progetto M., così lo chiamavano. Che amarezza ripensare a tutto quel lavoro e all’impegno che tuttavia non produssero nessun frutto concreto, se non indagini e scandali. Difficile stabilire in che misura Komori fu responsabile dell’accaduto, ma sicuramente la vittima principale dello scandalo fu la fragile Sakura-san. È quindi con una certa sorpresa che l’anziano scrittore ascolta la proposta di Komori e di Sakura di riprendere a lavorare, dopo così tanto tempo, a quel progetto. Investita dall’urgenza di far suo uno stile di vita e di espressione da poter adottare con orgoglio di fronte alla morte, la donna torna a chiede l’aiuto del premio Nobel per poter realizzare qualcosa che si avvicini a una catarsi di peccati, a una pace dei sensi. Il suo ultimo progetto prima di morire...

Kenzaburō Ōe torna a creare un personaggio letterario specchio di se stesso. Un uomo che non viene chiamato mai per nome ma che intuiamo essere lo scrittore non appena inizia a parlare in prima persona. La prima persona di chi racconta con trasporto ed emotività qualcosa di molto personale, ma con la giusta lucidità per trarne riflessioni universali e legate a varie tematiche. Indubbio che la vicenda capitata a Sakura sia il fulcro partire dal quale lo scrittore sviluppa l’intero romanzo. Come spiegato dal protagonista “[...] quando mi viene l’idea per un romanzo immagino subito una scena clou, e in base a quella scena comincio a far muovere il protagonista e gli altri personaggi procedendo per tentativi. Così, a poco a poco, il romanzo prende forma.” La scena clou impressa nei ricordi del narratore-Ōe appartiene a una produzione in 8mm in cui, ancora bambina, Sakura viene ripresa in una veste bianca, adagiata a terra, come dormiente mentre le parole della poesia Annabel Lee di Poe sono pronunciate a consacrazione di un attimo trasformato in eternità, come la morte stessa. A guidare l’interpretazione dell’intero libro è senz’altro il componimento di Poe, che riecheggia anche nel titolo originale dell’opera (in inglese traducibile come “The beautiful Annabel Lee was chilled and killed”, la bellissima Annabel Lee è stata congelata e uccisa). L’immagine della bella Annabel apre il libro, arrivando ben presto a sovrapporsi con la figura di Sakura. La donna, dapprima descritta dal protagonista come forte e determinata, rivela ben presto una personalità tormentata, un giano bifronte che ruota la sua faccia per mostrare un lato segnato da fragilità e dolore. Come pressoché in ogni scritto del premio Nobel, ulteriori citazioni di autori cari allo scrittore come Eliot o Hardy impreziosiscono la sua prosa intima, creando piccoli specchi d’acqua fatti di riflessioni, intervallate al fluire della storia principale. Un testo che conserva l’eleganza della scrittura di Ōe ma che, questa volta, si addentra in particolar modo nelle pieghe più scabrose dell’animo, indagando i tormenti generati dalle pulsioni umane e mettendo a nudo i legami di quest’ultime con l’arte. Come una naturale evoluzione, la vicenda carnale e terrena in cui il protagonista si trova coinvolto confluisce in un’osservazione di tipo più concettuale: ci addentriamo così nell’intricato rapporto tra linguaggio letterario e cinematografico. Troviamo un Ōe inizialmente in difficoltà, conscio della necessità di piegarsi alle leggi della sceneggiatura che deve scrivere, in cui si predilige uno stile conciso e schematico perché a parlare non saranno più le parole su carta ma le immagini sullo schermo. Si ha quasi la percezione che la forza della letteratura e di quei versi poetici, non riescono a eguagliare la potenza di quel fotogramma che ha reso Sakura la vergine eterna. Ma poi ci riscuotiamo subito da questo dubbio transitorio, consci di star impugnando tra le mani un libro fatto di segni, caratteri, parole, frasi. Nessuna immagine se non quella naturalmente generata dalla nostra mente.