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La verità di carta

La verità di carta

Gli archivi stabilizzano il pensiero, gli danno ordine; conferiscono coerenza ai dati che conservano; sono strumenti di comparazione, anche a sostegno del merito di cui sono un possibile criterio di misura. Troppo spesso sono considerati solo come un bene culturale (anche nell’ottica della loro gestione, affidata al relativo Ministero) e, invece, sono in gran parte un sostegno al decisore politico. O così, almeno, è stato fino a quando «[…] il progressivo imbarbarimento istituzionale da cui nasce infine una politica di che più di ogni altra cosa è semplicemente ignorante» non ha determinato anche «il disfacimento della cultura della gestione documentale della seconda parte del novecento». La dimensione che dovrebbe caratterizzarli, dunque, è quella dinamica del supporto alle decisioni e allo sviluppo del sistema. Al contrario, sono relegati in una dimensione statica, quasi fossero una mera foto del passato. Gli archivi sono utili perché, sebbene radicati nel passato, sviluppano i rami nel presente e proiettano le chiome nel futuro. Sono strumenti della democrazia e contribuiscono a costruire e custodire l’ordine politico, giuridico, economico, sociale e culturale. L’archivio e il metodo archivistico, che ne definisce l’elaborazione e che ne consente la fruizione, sono possibili strumenti di selezione e di imbrigliamento dell’eccesso di informazioni che caratterizza la nostra epoca dematerializzata. «[…] un insieme di dati è un archivio. Riflettere sulle tecniche e sulle idee con cui da sempre governiamo l’informazione, ragionare cioè sull’idea più ampia possibile di archivio, potrebbe quindi aiutarci in mezzo a questa traversata. Ci potrebbe almeno offrire l’opportunità di distinguere ciò che ci plagia da ciò che potrebbe plasmarci»…

Federico Valacchi compone un inno agli archivi e all’archivistica, scritto col fervore dell’innamorato e con l’obiettivo di rendere l’arida materia del catalogare informazioni un fuoco vivo e un materiale eccitante. «Gli archivi non sono freddi calcoli documentari. Sanno suscitare sentimenti forti, al confine con la tachicardia, e perfino emozionare». «Agli archivi, però, è imprudente affidarsi con l’abbandono dell’amante». Eppure, sono proprio il fervore dell’innamorato e l’abbandono dell’amante, che si percepiscono in ogni pagina, a condurre Valacchi verso un paradosso: quello di fornire un flusso di informazioni sulla funzione e sulla natura degli archivi in troppe poche pagine e con un linguaggio raffinato (se non rarefatto). È questo non rende facile la vita del lettore che, attratto da una materia in cui dovrebbe regnare il pragmatismo, si trova perso in una rappresentazione emozionale retta da una scrittura fin troppo allusiva. E ne rimane affascinato ma perplesso. Oppure è proprio questo lo scopo (per certi versi eterodosso) del saggio? Ricorrere a un registro di scrittura ‘soggettivo’, sia perché a tratti lirico sia perché volto a esprimere un’idea senza perdersi nell’indicazione dei dati che la sostengono, per fare in modo che tutti sappiano la verità su quello che gli archivi in realtà sono: e cioè che non c’è davvero niente di concreto e oggettivo negli archivi e nei dati che li costituiscono. Gli archivi (come le statistiche, per parafrasare il celebre saggio di Huff Durrel), difatti, possono mentire perché, in fondo, «sono punti di vista costruiti per fabbricare altri punti di vista, esplosioni di relativismo».