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La verità sull'amore

La verità sull'amore
Ora immaginate per un attimo di essere un adolescente nel giardino sul retro della vostra casa - una villetta monofamiliare ad un solo piano, dispersa tra le tante cittadine nel sud dell’Irlanda - state maneggiando degli agenti chimici per assemblare un “razzo” e improvvisamente saltate per aria e finite sdraiati sull’erba. Vostra sorella Olivia, spaventata e scioccata da quell’enorme deflagrazione, infila la porta sul retro ed è lì per soccorrervi. Chinandosi su di voi, la poverina attonita scopre che vi manca un braccio e parte di una gamba. Bene, quale potrebbe essere la prima cosa a cui pensereste? Con quale frase rompereste quel silenzio assordante, permeato da un’oscura morte che lentamente e ineluttabilmente sta scendendo sopra di voi? Scommetto che versereste fiumi di lacrime, vi lascereste andare a milioni di pensieri rivolte a voi stessi, al vostro stato fisico; eppure c’è chi, in quella condizione, ha scelto di pronunciare: “Girami, presto! Non voglio che mia madre mi veda! La mamma non deve vedermi così”. E in fondo è questo sconfinato coraggio, misto a quel senso di ribellione incosciente, a rendere così maledettamente unici i terroristi dell’IRA...
Siamo al sesto romanzo - per la verità solo il quinto edito in Italia - di Josephine Hart, un nome che sino ad oggi sta a significare due cose: dramma in abbondanza e letteratura di ottima qualità. E così dopo Il danno, L’oblio, Il peccato e Ricostruzioni - anche i titoli scelti ci ricordano che l’universo della Hart non è proprio quello del romanzo chick-lit - ecco che arriva La verità sull’amore, libro che - edito sempre per i tipi di Feltrinelli, e cogliamo l’occasione per ricordare l’oscuro episodio che riguarda la morte del suo fondatore - indaga i sentimenti di una famiglia straziata dalla perdita prematura di uno dei suoi componenti, saltato per aria mentre preparava un ordigno atto a rivendicare la causa dell’IRA. Eppure questo ritorno a casa della Hart, autrice irlandese che in passato ha sempre vissuto e ambientato le sue opere in Inghilterra, segna forse una piccola delusione per i suoi affezionati. Infatti le straordinarie doti di scrittura che hanno reso celebri le opere maggiori della Hart - Il danno e Ricostruzioni, entrambe reinterpretate in chiave cinematografica - questa volta vengono soffocate da un tentativo stilistico che, scegliendo di esporre in prima persona i sentimenti dei protagonisti, dà vita a pagine diaristiche dagli echi joyceiani.  Se tutto ciò ha il vanto di porre il lettore direttamente in primo piano di fronte al dramma psicologico della perdita, questa tecnica mostra però lo svantaggio di rendere le pagine piuttosto “pesanti”, rendendo poco piacevole la lettura di alcuni capitoli. Uno scotto non da poco per gli innamorati della Hart - tra cui è inutile che mi nasconda ci sono anch’io - che ricorderanno la linearità del suo stile come una tra le doti che segna il suo genio.