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La visione dell'acqua

La visione dell'acqua
C’è un filo diretto che lega Cochabamba, la Colombia e l’Italia: le lotte in difesa dell’acqua come bene imprescindibile e diritto inalienabile. A Cochabamba i boliviani hanno portato avanti una dura battaglia perché la loro acqua ritornasse ad essere pubblica; hanno combattuto contro giganti decisamente più potenti di loro e hanno dimostrato ancora una volta che Davide può vincere contro Golia. L’acqua è un elemento fondamentale nei principi cosmogonici andini, ha una valenza simbolica pregna di significati. Attraverso di essa si mantengono vive le antichissime tradizioni ancestrali legate alla Pachamama, la Madre Terra, si preservano riti antichissimi e si regolano i cicli stagionali dell’agricoltura. L’alterazione e lo scippo mettono in pericolo un impianto antico che segna una forte armonia tra l’uomo e la natura. Così succede in Colombia, dove nonostante un referendum nel corso del quale i cittadini hanno preteso che l’acqua rimanesse pubblica, il governo porta caparbiamente avanti un processo di massiccia privatizzazione. Nonostante tutto ci sono popolazioni così profondamente in armonia con il loro territorio da insegnare agli altri, agli “inurbati” a rispettarlo e anche a temerlo; a comprenderlo ed interrogarlo, senza violarlo, ma a difenderlo in caso di minaccia. Così come in Italia, dalla Sicilia al Trentino, dove le fontane pubbliche sono diventate nel giro di pochi anni un simbolo di resistenza contro la proposta di privatizzare questo prezioso bene comune e le bottiglie di plastica sugli scaffali del supermercato un abominio da cancellare; dove la memoria degli anziani non diventa soltanto storia, ma stimolo a riappropriarsi di un diritto che è profondamente radicato nei bisogni primari dell’individuo...
La visione dell’acqua ci stimola a riflettere su una questione che diventa motivo di lotta comune: la difesa di un bene primario contro lo sciacallaggio delle multinazionali. È possibile un discorso comune, un fil rouge che attraversa gli oceani e le culture per annodarsi intorno alla necessità di ribadire con le lotte, con i referendum, con la memoria storica e l’impegno sociale che non tutto è acquistabile, ergo non tutto è privatizzabile. Ci sono beni vitali su cui non è possibile speculare, tradizioni ancestrali da fare sopravvivere, un rapporto uomo-natura da recuperare in funzione di nuovi legami sociali. Il libro si apre con una meravigliosa introduzione di Eduardo Galeano che traccia proprio questa retta che da Cochabamba arriva dritta ad Aprilia e lancia, in versi, un monito: “De agua somos”, siamo fatti di acqua e se vendiamo l’acqua e come se stessimo vendendo noi stessi. L’acqua è sacra, di tutti, come potremmo tradirla? L’acqua allora è una persona fisica da difendere a tutti i costi, da non tradire, da proteggere. Si introduce così un doppio viaggio. Un viaggio reale, effettivamente condotto dai curatori del volume dalla Bolivia ancora attraversata dal fervore rivoluzionario scaturito dalla guerra dell’acqua prima e da quella del gas poi (2003), alla Colombia del referendum per l’acqua e delle lotte delle popolazioni indigene resistenti. Per approdare in Italia, dove una parte preponderante della popolazione era in fermento nei preparativi della tornata referendaria a favore della ripubblicizzazione dell’acqua. Un altro viaggio è quello ideale, che parla di visioni, soprattutto quelle andine boliviane, quelle cosmogoniche che danno all’acqua una personalità fisica molto forte e quelle della Colombia, dove la popolazione U’wa insegna ai movimenti politici colombiani la difesa del territorio e il valore del legame con la Madre Terra, per arrivare all’Italia della fontanella a rischi di estinzione sotto la cappa pesante della cultura materiale. Un viaggio intenso anche per il lettore che attraversa il mondo guardando sempre la stessa faccia del problema e scoprendo vie diverse e convergenti per risolverlo.