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La vita in alto

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Kashgar è l’ultimo avamposto ad ovest della repubblica popolare cinese: è un grande mercato, le strade sono affollate di persone, di turisti, la gente si muove freneticamente, ma in modo ordinato in una vita che ancora spesso significa riuscire a sopravvivere. Affianco alle millenarie bellezze, ci sono ormai strade nuove, rifatte di recente, con divieti vecchi e zone inaccessibili, che affondano le radici in una tradizione arcaica dura a farsi da parte. Ciononostante, Erika, che sta aspettando il visto per superare il confine cinese e proseguire in Pakistan, si lancia nella scoperta di quei posti, sottoponendosi instancabilmente a mille controlli. E ne vale sicuramente la pena: il posto conserva la più grande moschea della Cina, la moschea giallo-oro di Id Kah; poco lontano c’è la statua di Mao Zedong, il grande timoniere della Cina; quindi il Mausoleo di Afaq Kohja; e libero nella natura si trova lo Shipton’s Arch, il più grande arco naturale del mondo. L’attesa si è trasformata in quotidianità, nella curiosità di capire qualcosa di più di quel crocevia di popoli. Si starebbe anche bene, se non ci fosse il desiderio di Himalaya a tenerla in sospeso: nonostante le sollecitazioni, il visto tarda ad arrivare, finché, dopo qualche settimana, quando si stava lentamente abituando alla sua nuova casa, ecco arrivare il permesso per poter oltrepassare il confine cinese e iniziare il viaggio verso l’Everest, un viaggio dal sapore antico ma dall’urgenza attuale, per riscoprire il mondo e le persone che, probabilmente da millenni, lo abitano…

Erika Fatland ci porta ancora una volta in Asia, ma stavolta abbandona le incursioni lungo i confini della Russia, per andare nel vero cuore pulsante del continente: sull’Himalaya. L’antropologa norvegese ci racconta, con questo terzo taccuino di viaggio - in cui la narrazione è per metà saggio, ma per l’altra metà è romanzesca - gli otto mesi trascorsi fra la periferia della Repubblica cinese, Kashgar, le rotte delle carovane, i paesaggi mozzafiato e le cime più alte del mondo. Questa volta il viaggio si svolge in verticale, ci porta a conoscenza di alcune usanze di una decina di popoli differenti, dagli hàn agli uiguri, ai whaki, agli indu che a modo loro sono guardiani di tradizioni e allo stesso tempo dipendono, moralmente e fisicamente, dalle terre che li hanno partoriti. Fatland prova a farci scoprire e, sotto certi aspetti, riscoprire il fascino e le contraddizioni di quelle terre lontane: è un’incursione gentile che mette a nudo le contraddizioni e le aspirazioni di quei popoli. Il testo non indulge in commenti, ma si radica intorno alla descrizione oggettiva di fatti e persone incontrati, di cui si fa carico per mantenerne e preservarne la memoria. L’occhio dello studioso convive con la curiosità di chi è ospite a casa altrui; per questo, per pudicizia o per timore, non si avventa avidamente sulle cose che vorrebbe sapere, ma lascia che siano le guide, i compagni di viaggio, i passanti incrociati lungo il cammino, a raccontare la loro storia. Ne esce un testo gradevole e scorrevole, da leggere.

LEGGI L’INTERVISTA A ERIKA FATLAND