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La vita del poeta Bashō e i suoi haiku

La vita del poeta Bashō e i suoi haiku

Il celebre poeta Bashō nasce con il nome di Kinsaku all’interno della famiglia Matsuo nell’anno 1644, che nel calendario giapponese corrisponde all’anno XXI del periodo Kan-ei. I Matsuo appartengono ad una casta non troppo elevata di samurai e, quando il padre muore nel 1656 e Kinsaku ha soli dodici anni, il ruolo di capofamiglia viene preso dal suo fratello maggiore Hanzaemon ma il futuro poeta non si tira certo indietro: probabilmente è suo desiderio imitare il padre e diventare samurai, così si mette subito all’opera e aiuta la famiglia nella gestione degli affari. È vero, però, che fin da piccolo comincia a interessarsi e a nutrire una certa curiosità verso la poesia, e in particolar modo verso gli haiku, una forma letteraria nuova che sta cominciando lentamente a diffondersi nel paese. Nel 1662, all’età di diciott’anni, Kinsaku compone una poesia che firma con uno pseudonimo – Munefusa – e solo pochi anni più tardi partecipa ad un incontro di poesia dove fa la conoscenza di Yoshitada Todo, figlio del feudatario locale. La passione per gli haiku accomuna i due ragazzi, e anche se Yoshitada è di casta decisamente superiore, i due cominciano sempre più a frequentarsi e il futuro poeta entra nelle grazie della famiglia. Purtroppo, però, Yoshitada muore a soli venticinque anni e Kinsaku capisce che non riuscirà più ad elevarsi di casta. Decide così di intraprendere un cambio nel suo percorso di vita: entra come monaco in un tempio buddhista nei pressi di Kyoto per dedicarsi alla ricerca spirituale, una ricerca che non terminerà mai e che avrà molta influenza sulle opere di Basho…

Chi non conosce gli haiku? Gli haiku sono dei brevissimi componimenti poetici che seguono precise regole stilistiche e che, solitamente, hanno per argomento la natura: sono quasi delle fotografie, rispondono al tentativo di voler imprimere nella carta un preciso momento mai più ripetibile, con l’obiettivo di fermare la realtà che ci circonda con poche e precise parole che, una di seguito all’altra, riescono a far emergere particolari emozioni, dando vita ad una unione tra il lettore e la natura osservata. Bashō è sicuramente il rappresentante maggiore di questi componimenti. Il saggio è davvero minuzioso e la preparazione e lo studio dei due autori si percepiscono ad ogni pagina. Non solo viene riportata la biografia dell’autore, narrata con cura e passione, ma ad inizio volume è presente una interessante tabella con le corrispondenze fra il calendario di comune uso occidentale e quello relativo al Giappone nel periodo di vita di Bashō. Inoltre, la seconda metà del volume comprende i diversi haiku dell’autore (sempre con testo originale a fronte) e una loro disamina, insieme ai dipinti e a delle calligrafie dello stesso Bashō e di altri maestri del tempo o suoi discepoli. Conclude il testo un’appendice dedicata agli allievi del poeta. Di sicuro conoscere i pellegrinaggi a cui Bashō dedicò buona parte della sua vita adulta permette una visione più ampia del significato degli stessi haiku, che spesso vengono letti in maniera superficiale, senza percepire lo sforzo – che forse sforzo non voleva essere, ma era un desiderio di fluire – del poeta nel cogliere l’essenza della natura e di trasmetterla a parole. L’armonia, intesa nel senso originario di connessione, che il poeta ricerca, traspare anche dalle sue crisi esistenziali, dalla sua volontà di ridurre al minimo ogni bisogno e ogni dipendenza, a voler vivere con sempre meno comodità e agi, a fare della propria vita un’esperienza nella natura e con la natura, forse rendendo, alla fine, anche i suoi haiku stessi, inutili.