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La vita immaginata

La vita immaginata

Quando Steve espone alla moglie Alison il suo progetto di un viaggio alla ricerca di notizie di suo padre, la donna lo avverte del pericolo di questa inchiesta: lei aveva letto i diari della madre appena morta e l’immagine di quest’ultima ne era uscita sminuita. Ma Steve non si preoccupa di ciò che potrebbe scoprire: non ha mai messo il genitore su un piedistallo ed è a conoscenza dei suoi difetti, delle sue debolezze e di tutti i pettegolezzi che erano stati fatti su di lui da giovane: si diceva che fosse capace di infuriarsi senza essere provocato, che avesse offerto alcol ai suoi studenti durante la lezione, che avesse avvelenato il gatto di un collega che pretendeva il rispetto delle regole... Tutti aneddoti assurdi, che però si erano di fatto radicati nella mente del piccolo Steve. A quel tempo, nel 1984, lui e la sua famiglia abitavano in una casa stile ranch anni Cinquanta, con un giardino davanti, di cui si occupava con passione sua madre, e una piscina sul retro, dove si svolgevano le feste date dai suoi genitori - lei operatrice sanitaria in un ospedale, lui professore universitario al St Agnes-, party che si protraevano fino a tarda notte e dei quali Steve ricorda l'odore familiare della cannabis. In quelle occasioni il padre portava fuori il proiettore e proiettava vecchi film sul muro laterale di un vecchio capanno. Una sera però era comparso un ospite che Steve non aveva mai visto, all’improvviso c’era stato trambusto e, spiando dalle stecche della finestra del bagno, il ragazzino aveva capito che il padre era caduto nella piscina completamente ubriaco: quella sera aveva segnato un momento di svolta, nella sua vita, che non avrebbe mai potuto immaginare...

Andrew Porter esordisce in Italia con un romanzo umano e profondo, che affronta con grande sensibilità il tema del rapporto tra padre e figlio. Tra parole dolorose, sguardi, silenzi, timide carezze proibite, sullo sfondo delle città e delle spiagge della California, si delinea con grande delicatezza la vita del preadolescente Steve attraverso i ricordi, a capitoli alterni con la vita dello Steve adulto, che dai ricordi è tormentato al punto da non riuscire a tenere in piedi la sua vita famigliare e che quindi vaga sulle tracce del passato, visitando uno a uno gli ex colleghi e amici del padre. Sorta di moderna Telemachia, l’opera non rappresenta soltanto la ricerca del genitore scomparso, ma soprattutto un’indagine sulle ragioni del suo comportamento, intollerabile per il piccolo protagonista di undici anni - ma anche per l’io narrante adulto che ne reca ancora la ferita aperta -, mentre l’inafferrabilità del padre e l’incomprensibilità del suo agire finiscono col diventare la metafora del carattere sfuggente della verità e del senso della vita. Così, attraverso la ricerca faticosa del protagonista, avviene la dolorosa elaborazione di un lutto e si approda ad una accettazione dell’impossibilità di trovare delle risposte univoche, imparando a fare pace con la realtà. “Nella vita immaginata, tante cose sono diverse”, dichiara Steven verso la fine del libro, ma ad essa bisogna alla fine rinunciare per vivere quella reale. Solo allora si può veder brillare tra le lacrime una luce in fondo al tunnel e riscattare il futuro dalla prigionia del passato. Bella la “colonna sonora”, quasi tutta anni Ottanta (Steavy Nicks in particolare, ma anche Pink Floyd, Eagles e tanti altri).