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La vita perfetta di William Sidis

La vita perfetta di William Sidis

1944, Boston è avvolta da una fitta nebbia, l’aria è madida e i grattacieli sembrano sparire, dissolti nel grigiore. I passanti camminano rasenti le vetrine dei negozi, asciugandosi i volti bagnati, mentre la nebbia penetra nei vestiti e appanna gli occhiali. Alle 16,01 esatte William Sidis esce dall’ufficio contabile della Lynch & Co. al ventunesimo piano della Custom house Tower. Indossa un liso cappotto non abbottonato e un cappello sformato ben calcato sulla fronte. Come sempre c’è coda agli ascensori, impiegati e segretarie si accalcano per uscire. Al brusio di voci e alle frivole conversazioni, si uniscono il fumo di sigarette accese dagli uomini e la scia di violetta che lascia il profumo Persian Lamb delle signore. Questo William non lo sopporta e come ogni giorno prende le scale. Non sopporta neanche l’idea di trovarsi chiuso dentro l’ascensore con i colleghi d’ufficio e dover parlare con loro. Raramente fa incontri per le scale e nessuno lo ferma per fargli domande. Domande, che per lui arrivano sempre, prima o poi in un nuovo posto di lavoro. Sempre quelle, sempre le stesse, immancabilmente e per evitare di essere scoperto, prende le scale: 21 piani, 42 pianerottoli e 360 scalini. Sono venti giorni che lavora alla Lynch & Co., è un buon risultato per lui e gli piace lavorare lì. Nessuno gli chiede niente, tranne il giovane Peterson, ma riesce a tenerlo a bada. L’ultimo lavoro di William è durato 33 giorni, certo deve ancora imparare a tenersi un lavoro più a lungo, a restarci senza preoccupazioni e senza domande. Non vuole arrivare al giorno in cui i colleghi si stupiscono di lui e di sentirli mormorare al suo passaggio: “È davvero lui? Incredibile!”. È arrivato alla porta del grande atrio, le bellissime colonne doriche sotto la cupola lo affascinano. Raggiunge la porta girevole insieme ad un uomo elegantemente vestito, un capoufficio sicuramente. Entrambi si fermano, esitano, l’uomo lo squadra con una breve occhiata. Sta valutando il suo abbigliamento: il vecchio completo di tweed e le scarpe impolverate. Chi ha diritto di passare per primo? Chi ha il dovere di dare la precedenza? William cede il passo. “Dopo di lei” - dice. Il capoufficio ringrazia con un cenno e prosegue. Poi pensa, se in un giorno anche solo un quarto dei 400.824 cittadini maschi di Boston, indipendentemente dall’età, cedesse il passo a un altro davanti a una porta, il che richiede, circa tre secondi, avremmo un totale di 83,51 ore di gentilezza quotidiana. Così poco. Così tanto...

La vita perfetta di William Sidis è un romanzo in cui Morten Brask, partendo da fatti concreti, articoli e lettere del protagonista, giornali dell’epoca, protocolli legali, rende partecipe il lettore della mente ineguagliabile di Sidis. La fantasia letteraria c’è e la narrazione, limpida e incalzante, scorre su un doppio binario: il meraviglioso cervello di Sidis e il suo essere individuo. William James Sidis è esistito davvero, nato nel 1898 a New York da una coppia di ucraini emigrati, entrambi brillanti medici. I dottissimi e tenaci genitori di William sono convinti che stimoli costanti e variati potenzino precocemente l'intelligenza di qualsiasi bambino. Questo diventa l'obiettivo intorno al quale fanno ruotare tutta la loro vita, specie per la madre che, per il figlio, ha rinunciato ad una propria vita professionale. William è costretto a esibire la sua intelligenza prodigiosa, incessantemente spronata a studi incredibilmente prematuri. Non c’è riposo, non c’è gioco né spensieratezza per William, solo il prossimo libro da studiare. È il prodotto dell’ambizione dei genitori. Qual è il confine fra genio e follia, tra talento e maledizione, tra ambizione e ossessione e che diritto ha un genitore di imporre una vita a suo figlio? William James Sidis è ancora oggi considerato l’uomo più intelligente della storia, una mente straordinaria che ha pagato un prezzo troppo alto per le sue grandi capacità. Ha cercato e gli è stata imposta una perfezione impossibile da raggiungere. La pressione è insopportabile e a dodici anni crolla. Ricoverato nella clinica del padre dopo pochi mesi ritorna ad Harvard. Vive male, è un disadattato, isolato da tutti i compagni, è costretto a vestire ancora come un bambino pur essendo adolescente. Si laurea in matematica con lode a 16 anni, ma la vita a cui era stato inserito a forza non lo interessa più. Lascia la matematica e l’insegnamento accademico. I giornalisti lo cercano per darlo in pasto al pubblico e William nel 1914 risponde così: “Vorrei vivere la vita perfetta. L’unico modo per avere la vita perfetta è viverla in solitudine”. Nel 1921 finalmente si libera dei suoi genitori, annienta il suo pensiero e la gabbia che gli avevano costruito attorno. Taglia i rapporti con tutto e spegne la sua mente. Spegne il suo lato pubblico, ma continua a studiare e a scrivere di antropologia, di nativi americani e a collezionare biglietti colorati dei tram. Ne aveva 1600 tutti diversi e guardarli gli dava un piacere immenso. Ricordi di giochi infantili che non aveva mai avuto e di una vita normale tanto desiderata.