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La vittoria sul cancro

La vittoria sul cancro

1969: a Ginevra si tiene un convegno dell’Organizzazione mondiale della sanità dedicato alla valutazione dei metodi di diagnosi e terapia del tumore della mammella. Il trattamento chirurgico universalmente riconosciuto è la mastectomia radicale, descritta nel 1894 da William Halsted: un’operazione mutilante che prevede l’asportazione della mammella, dei linfonodi dell’ascella, dei muscoli grande e piccolo pettorale. Un chirurgo italiano, con alle spalle studi di anatomia patologica e genetica in Inghilterra, presenta una tesi rivoluzionaria: in molti casi potrebbe essere sufficiente asportare la neoplasia e una certa quantità di tessuto sano intorno a essa. Il medico si chiama Umberto Veronesi, ed è consapevole di andare contro il dogma oncologico che prescrive l’eliminazione completa dell’organo in cui si è sviluppato il cancro. Veronesi però ha compreso, sulla base delle ricerche e delle osservazioni condotte sui vetrini, che “nella fase iniziale, le cellule tumorali si riproducono in forma poco aggressiva” e dunque sarebbe possibile un approccio chirurgico meno deturpante per le pazienti. La maggior parte dei colleghi gli dà del folle, del ciarlatano, tuttavia il comitato di esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità lo autorizza a condurre uno studio di comparazione tra la mastectomia e la tecnica conservativa (chiamata “quadrantectomia”): tra il 1973 e il 1980, 700 donne affette da tumori della mammella di dimensioni inferiori a 2 cm, e senza evidenti localizzazioni metastatiche ai linfonodi ascellari, vengono coinvolte nel protocollo presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano. 349 pazienti sono sottoposte all’intervento tradizionale, 352 alla procedura conservativa. Tra i due gruppi non emergono differenze significative in termini di sopravvivenza, numero e tempo di comparsa delle recidive. Il 2 luglio 1981 i risultati vengono pubblicati sul “New England Journal of Medicine”, una delle riviste scientifiche più importanti al mondo, e, in contemporanea, rilanciati con grande enfasi sul quotidiano “New York Times”. Per il trattamento del tumore della mammella finisce l’era del “massimo intervento tollerabile dalla paziente”, e inizia quella del “minimo intervento efficace”. Cosa è cambiato da allora? Cosa deve aspettarsi oggi una donna che ha ricevuto un referto con una diagnosi di tumore? È possibile riprendere una vita normale, avere una gravidanza, dopo aver completato il percorso di cure legato alla malattia?

“Curare una persona con un tumore al seno [...] è una questione complessa. Il percorso prevede una diagnosi corretta, la scelta dell’intervento chirurgico da effettuare, l’eventuale ricostruzione della mammella, la decisione relativa alle terapie da somministrare per evitare una recidiva o per cronicizzare il tumore al seno metastatico. Tutto ciò richiede la collaborazione di diverse figure professionali. Oggi più che mai si vince grazie al lavoro di squadra. Non è un caso che, da ormai oltre un decennio, si parli di breast unit, o centri di senologia multidisciplinare...”. Umberto Veronesi è deceduto nel 2016, ma la sua eredità all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) è stata raccolta dal figlio Paolo, suo primogenito, classe 1961, Professore associato in Chirurgia all’Università degli Studi di Milano, direttore del Programma di Senologia e, assieme a Viviana Galimberti, della Divisione clinica di Senologia Chirurgica IEO. Scritto con passione e con un linguaggio efficace e immediato, il saggio è un utilissimo vademecum diretto a rispondere alle domande che inevitabilmente si pongono le donne che stiano affrontando un percorso terapeutico a causa di un tumore della mammella, e chi è loro vicino. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Registri Tumori - AIRTUM, ogni anno in Italia circa 55.000 donne si ammalano di questa neoplasia. La ricerca ha permesso di ottenere ottimi risultati: grazie agli screening e ai progressi tecnologici, riusciamo spesso a effettuare la diagnosi in modo precoce, disponiamo di farmaci più selettivi e di cure più efficaci e meno invasive. Negli ultimi decenni è cambiata la filosofia stessa dell’approccio alla neoplasia mammaria: siamo passati dal trattamento “massimo tollerabile”, al “minimo efficace”. Per 80 anni, l’unica opzione chirurgica proposta alle donne ammalate era rappresentata dalla temuta mastectomia radicale; oggi la maggior parte degli interventi chirurgici per tumore della mammella è rappresentata dalle quadrantectomie. Quando non sia possibile evitare una mastectomia, si riesce in molti casi a preservare l’immagine corporea conservando l’areola e il capezzolo, e a eseguire una ricostruzione mammaria immediata. Certo, è difficile parlare di una vera e propria “vittoria” sul cancro: non possiamo impedire che “quella cellula impazzisca”, come sottolinea efficacemente l’autore nella postfazione, né dire con sicurezza ad una paziente che la malattia non farà mai più ritorno. Ma, nella maggioranza dei casi, possiamo “curare la donna”: garantire un trattamento multidisciplinare adeguato, costruito su misura su ciascuna paziente da un team di esperti in una delle breast unit, ovvero uno dei centri dedicati a questa patologia che, pur con ritardo, si stanno diffondendo nel nostro Paese. Suscita emozione, anche tra gli addetti ai lavori, il capitolo in cui Paolo Veronesi ripercorre la rivoluzione messa in atto dal padre, Umberto, a partire da quel congresso del 1969 in terra elvetica in cui - raccontava - era stato anche insultato quando aveva presentato la possibilità di trattare il tumore della mammella con una tecnica chirurgica conservativa. Una variazione di paradigma che ha portato ad un vero e proprio cambiamento culturale: “Prima degli anni Ottanta, le donne tendevano a rivolgersi al medico il più tardi possibile, perché sapevano che la cura era l’amputazione. Con la possibilità della conservazione del proprio seno, invece, dal 1981 in poi hanno cominciato ad andare dal senologo al primo dubbio [...] proprio perché i tumori di piccole dimensioni, individuati grazie agli strumenti diagnostici, sono quelli che hanno maggiori probabilità di guarigione che oggi osserviamo un importante calo della mortalità: prima degli anni Ottanta, solo tre donne su dieci potevano considerarsi guarite. Oggi, a dieci anni dalla diagnosi, siamo a otto su dieci”. Menzione speciale per la parte dedicata a sfatare le più comuni dicerie e falsi miti sulla neoplasia mammaria: dalla presunta pericolosità dei raggi X delle mammografie al fantasioso legame tra reggiseni stretti, ferretti e insorgenza di tumore mammario.