In terza fila, seduto accanto ad una ragazza con i capelli blu, c’è un giovane che per tutta la durata della presentazione del libro lo fissa senza mostrare alcun segno di consenso. Quella presenza basta per disturbarlo e a fine presentazione, dopo i soliti convenevoli, lo scrittore riesce a prendere la porta e a uscire, al freddo. A quel punto lo stesso giovane gli si para davanti e gli taglia la strada. Si presenta in modo arrogante dandogli del tu, gli porge un manoscritto e dice che deve aiutarlo a pubblicare un libro. Infastidito da quella pretesa, lui gli risponde che dovrà prima leggerlo per valutare ma con fare prepotente quello afferma che non ce n’è bisogno perché il suo libro è bello. Entra nel taxi e il ragazzo glielo butta sul sedile attraverso il finestrino mezzo aperto, sul sedile accanto all’autista. Tornato a casa, lo scrittore racconta alla moglie Clara l’episodio e ripensando al giovane si convince di avere forse esagerato nella reazione ricordando i suoi primi passi e la voglia di scrivere che aveva. Riprende il manoscritto, legge autore e titolo: Nicola Gamurra - Lo sguardo abile. Passano i giorni e del ragazzo pian piano se ne dimentica, fino a quando Clara lo avverte che al telefono c‘è un certo Gamurra che vuole notizie in merito al suo romanzo. Allora lui decide di riprendere in mano il manoscritto e leggendo le prime pagine riesce a farsi un’idea, scoprendo una scrittura ingenua che gli riesce a procurare un certo fastidio. Si siede al computer e, cercando di non essere troppo brutale, gli scrive alcuni consigli. Passano poi mesi, durante i quali prova a scrivere qualcosa di buono fino a quando riceve la telefonata da parte di Giovanni Torraca, un critico dei cui giudizi diffida non poco che lo invita alla presentazione del libro di un’autrice da lui caldeggiata. Dopo la presentazione il Torraca gli parla di un esordiente molto promettente di nome Gamurra e si lancia in lodi sperticate sul suo romanzo d’esordio, definendolo addirittura geniale. Da quel momento le parole del critico si conficcano nel cervello dello scrittore...

Il romanzo narra le avventure di un maturo scrittore (con riferimenti probabilmente autobiografici) che si sviluppano su piani narrativi interessanti. L’incontro con un giovane aspirante collega che ben presto diventa un suo doppio costringe il protagonista a fare i conti con la sua immagine – per come è percepita da sé e dagli altri – di scrittore e sulla sua identità, spingendolo a ricercare le radici della sua passione e della sua ispirazione, interrogandosi sulla condizione di “labilità”. L’incontro assume dunque il significato di un nuovo inizio, un punto di svolta che porta a riflettere sulla fragilità del processo creativo, sulla capricciosità di una musa assai instabile. Un romanzo nel quale si intrecciano odori e memoria, che fanno da canovaccio a una storia ambientata in un’estate romana ricca di presentazioni di libri e incontri fra intellettuali. In una bella intervista rilasciata nell’ambito del laboratorio “Incontro con gli scrittori”, Starnone offre interessanti riflessioni sulla funzione della lettura e della scrittura, sottolineando quanto siano importanti, ma anche quanto possano diventare rischiose, in quanto la parola può renderci prigionieri. Consiglia quindi ai lettori e agli stessi scrittori di non avere un approccio ingenuo nei confronti di queste attività, che li spingerebbe a credere alla veridicità delle storie raccontate. Labilità è stato definito dallo stesso scrittore una parodia della parodia, in quanto tutti i grandi romanzi sono già stati scritti e i nuovi scrittori, giovani o vecchi che siano, diventano attori di una recita consumata da cui non dovrebbero lasciarsi coinvolgere.