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L'acqua non ha memoria

L'acqua non ha memoria
Questa volta Francesco Marlowe è confuso. Difficile levarsi di dosso il gravoso lascito di quella sua prima esperienza da dilettante detective, quando si ritrovò per puro caso a indagare sulla morte di Alberto. Difficile non solo perché “quella volta” il caso lo aveva risolto brillantemente e la voce doveva essersi sparsa, ma anche perché, nonostante sia ben consapevole di non potersi considerare a tutti gli effetti un detective, in fondo alla sua vita da studente fuoricorso si annida una specie di baco, una non sopita voglia di scrollare via quella polvere che ricopre le sue ordinarie giornate passate tra un giro notturno sul raccordo, una canna sul divano, una sigaretta consolatoria… E insomma Roma, che palle Roma e quell’aria di stanca. E poi a chiederglielo questa volta è Sara, gli occhi azzurri di Sara e le sue gambe nervose dentro i jeans e “forse fu per quello, per quella danza di gambe accavallate, che persi l’ultima occasione di fare la cosa più semplice e saggia: dire arrivederci e scusate il disturbo”. Ad essere sparito, infatti, è Fabietto, fratello di Sara: c’è bisogno di qualcuno che in compenso di un onorario non proprio smodato vada ad Amsterdam, da dove sembra essere partita l’ultima telefonata di Fabio a sua sorella, per cercarlo e, si spera, trovarlo ancora vivo. Marlowe ad Amsterdam ci ha vissuto per un po’, l’inglese lo conosce, è un tipo con uno spiccato spirito di osservazione e che allo stesso tempo sa come passare inosservato. O almeno così crede…
Tra giri in bicicletta sullo sfondo di una città laccata dalla pioggia, un Francesco Marlowe sempre meno dilettante e con un destino sempre più indulgente si destreggia fra narcotrafficanti, killer di professione, squat e finti sbirri, lambendo due omicidi con una levità che strappa sempre un sorriso di benevolenza. Un plot narrativo che non può definirsi tipicamente giallo - troppo invasive le incursioni dei monologhi solipsistici della voce narrante - né puramente noir: troppa poca voglia di prendersi sul serio. E c’è anche una voce in più: quella del killer, l’Angelo sterminatore che se da un lato porta a termine senza pietà il suo ventitreesimo omicidio, dall’altro per ben due volte “grazia” il protagonista rendendo sempre più labile il confine tra ciò che è buono e ciò che è cattivo. Esattamente come il bicchiere semivuoto e semipieno. Secondo romanzo di Campora per Voland (il primo è stato Il dilettante, uscito nel 2003), L’acqua non ha memoria ci conferma che Francesco Marlowe è ancora saldamente attaccato alla penna del suo creatore. Delineato come un personaggio dei fumetti, non ci è difficile immaginarlo con addosso i suoi bizzarri pantaloni rosa scampanati mentre si accende chissà quale delle sue innumerevoli sigarette.

Leggi l'intervista a Francesco Campora