Anche se non è una sua parente, da quando la conosce ha imparato a chiamarla come se lo fosse: la Zia. In Africa i legami di sangue non hanno la stessa importanza che viene loro attribuita in Italia: ciò che conta è quanto e come puoi spenderti per l’altro, a prescindere dal fatto che sia tuo fratello o un emerito sconosciuto. “My sweet pickin” è come la Zia la chiama mentre si affaccenda in cucina: mescola energicamente la farina di mais in una vecchia pentola incrostata di calcare, raccontando storie sulla vita di città a Lagos. I suoi genitori adottivi sono quanto di più lontano si possa immaginare da quella donna nera che cucina kenke, prega il Corano e fa fatture. Seguono i telegiornali italiani, le inchieste dei giornalisti sulle morti in mare. Le morti della sua gente, della sua Fati, che la segnano e la sconvolgono. “In quel mare c’è una grande maledizione. Troppe persone sono state ammazzate. Sotto quel mare c’è troppa morte. Ognuno di loro sapeva dove stava andando. Hanno tutti un indirizzo, una casa, degli amici, dei figli! Avevano un cammino personale. Certi viaggi nemmeno la morte può spezzarli, capisci, figlia mia?”. Così le dice la Zia, il suo unico punto di contatto con quella realtà violenta e crudele, con quella sorte nera toccata ai suoi fratelli, alle sue sorelle…Topo è un uomo piccolo e magro, vive in un enorme centro d’accoglienza per migranti, un luogo che sembra essere l’unico possibile per lui. Nonostante il suo aspetto inquieto, Topo — quell’uomo ghanese dal quale tutti si tengono alla larga — è innocuo. La vita nel centro d’accoglienza, le promesse mancate dei documenti, le speranze perdute lo cambiano: lo fanno impazzire, gli negano un’identità. “Puliva la merda dalla mattina alla sera, faceva quello che gli dicevano loro, e poi lo sai come vanno a finire queste cose. Se ti trattano come uno schiavo, e tu lo sai qual è il tuo nome, diventi matto”…

Ladri di denti ci fa arrabbiare, quasi fino a digrignarli davvero, i denti. Non è una semplice raccolta di racconti, ma un vero e proprio mosaico letterario che alterna narrazione autobiografica, fiction e interventi saggistici. Questa struttura composita non rappresenta solo una scelta stilistica, ma riflette direttamente il contenuto del libro: un’esperienza frammentata — quella dell’identità afroitaliana — che non può essere raccontata attraverso una forma lineare. Se il primo blocco del libro mette in scena il rapporto conflittuale tra una giovane donna nera e la sua famiglia adottiva, dando origine a quello che potrebbe essere l’incipit di un romanzo di formazione, è la seconda parte, più apertamente politica e saggistica, a scuotere profondamente le nostre coscienze. La storia di Topo, secondo racconto della raccolta, agisce come uno strappo improvviso: smonta la retorica dell’accoglienza e ci costringe a confrontarci con una realtà meno indulgente, meno rassicurante. È il filo conduttore anche del terzo racconto, Cacciatrici di negre, un titolo provocatorio che denuncia apertamente l’atteggiamento profondamente razzista di una parte del mondo femminile. Djarah Kan rinuncia qui a ogni filtro, dando origine, forse, alle pagine più disturbanti dell’intero libro ed estremizzando la realtà fino a trasformarla in una vera e propria caccia, rendendo visibile una violenza che, nella quotidianità, resta spesso nascosta o normalizzata. “Erano come cacciatrici. Cacciatrici di negre. Ci odiano perché lo sanno che quando tornano a casa non valgono niente. Ci vedono come rivali. Non lo sanno che soffriamo tutte. Non gli interessa. scendono di notte, e ci cacciano come si fa con gli animali”. Ladri di denti è un’opera breve ma densa, capace di unire esperienza personale e riflessione politica senza semplificare né l’una né l’altra. È una storia scomoda, un racconto che ci mette con le spalle al muro. È la voce di chi perde la vita nel Mediterraneo nero, di chi non viene accolto e di chi, più di tutti, ha il diritto di raccontare storie come questa.