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Lady Tyger

Lady Tyger

New York, 4 maggio 1974. Marian Trimiar ha 21 anni. È una peso leggero, 59 chili per un metro e sessantatré, e sta per incontrare sul ring Diane “Killer” Corum, che la supera di 24 chili. Esce da casa e prende la metro, il borsone da palestra in spalla, per raggiungere il civico 3940 di Broadway. Sta per debuttare lì, nel luogo in cui nove anni prima ha perso la vita Malcolm X. Da piccola Marian voleva diventare infermiera, poi ha scoperto il sacco. Ha iniziato ad allenarsi alla Gleason, la palestra che aveva ospitato molti grandi della boxe come Jake LaMotta, il “Toro del Bronx”, e Muhammad Ali. Nessuno vuole investire davvero su di lei, ma Marian fa sul serio. Per lei la boxe è “uno sport, un lavoro e, perché no, anche un modo per diventare qualcuno”. E sa che per diventare qualcuno nel mondo della boxe c’è bisogno di spettacolo. Così sceglie il suo nome di battaglia: “Lady Tyger”, con la y. Indossa un accappatoio animalier nero e marrone e sfoggia di fronte alle telecamere la testa rasata e il sorriso a cui manca un dente, che ha perso allenandosi nei seminterrati di Harlem. La sera dell’incontro con Diane Corum Marian smania per salire sul ring, ma il match può iniziare solo al termine degli incontri ufficiali, cioè i combattimenti tra uomini: per le donne funziona così. È quasi mezzanotte quando Marian e Diane si sfidano sul ring. Lady Tyger vince l’incontro nonostante la differenza di peso. Ma non ottiene denaro o punti, perché a New York non c’è un circuito professionistico di boxe femminile. Rilascerà alla stampa questa dichiarazione: “Tornerò a combattere. Tornerò a farlo. E andrò nei tribunali se necessario”...

Silvia Cruz Lapeña, giornalista classe ‘78, nata a Barcellona, appassionata di flamenco (al quale ha dedicato il suo primo libro, Crónica Jonda, nonché un podcast omonimo) e boxe, ci consegna una breve e attenta ricostruzione della storia di Marian “Lady Tyger” Trimiar, pioniera del pugilato femminile. Perché Marian Trimiar, come promesso dopo quel primo incontro con Diane Corum nel 1974, tornerà a combattere e continuerà a dare battaglia fuori e dentro le corde del ring per l’ottenimento della licenza e il riconoscimento dello status di professionista. Porterà sul ring il suo talento, la passione, la sua immagine iconica. È però, quella che Lapeña ci offre, la cronaca di una battaglia persa in partenza, costellata di compromessi, sacrifici, paghe da fame (quando previste), continui spostamenti e umiliazioni, in un mondo in cui a dettare legge sono “il verde dei soldi” e i pregiudizi che costringono la Trimiar a doversi confrontare con una “triplice piaga”: in quanto povera, donna, nera. Una battaglia continua e frustrante, che alcuni attorno a lei condivideranno e che altri – tra cui lo stesso Ali, “il pugile nero che dà fastidio ai bianchi e al sistema”, che nessuna simpatia dimostrerà per la causa di Marian e delle sue colleghe – ignoreranno o addirittura condanneranno apertamente. I tempi non sono maturi e Marian, “marginale tra le marginali”, perderà, aprendo tuttavia uno spiraglio essenziale per le combattenti e per le donne del futuro. Silvia Cruz Lapeña ricostruisce a partire da fonti frammentarie – articoli di giornale, libri, voci sparse – una storia obliata. Lo fa con lucidità, senza sentimentalismi, non per trasformarla in epica ma “per rigore”, con interessanti incursioni nella storia della boxe femminile. Lo fa partendo, significativamente, da una delle più iconiche affermazioni della Trimiar: Es mi cuerpo y es mi vida. Il mio corpo, la mia vita. Ed è una lezione, anche questa, davvero pionieristica, di cui fare tesoro oggi più che mai.