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L’affaire Capa

L’affaire Capa

Anno del Signore 1937. La Spagna è dilaniata dalla Guerra civile e sul numero di luglio di “Life”, a pagina 19, compare un servizio sul triste bilancio dei morti e dei feriti. A corredo dell’articolo c’è una grande foto che ingombra i due terzi della pagina e che ritrae in maniera allo stesso tempo plastica e cruda una scena del conflitto. Una didascalia accompagna la foto: “La macchina fotografica di Robert Capa coglie un soldato spagnolo nell’istante in cui viene ucciso da un proiettile in testa sul fronte di Cordova”. È la fotografia che passerà alla storia del fotogiornalismo come quella del miliziano colpito a morte di Robert Capa, consegnando ai posteri il mito del fotoreporter di guerra con la Leica al collo. Eppure a metà degli anni Settanta negli Stati Uniti, dunque nel pieno del conflitto in Vietnam, in un pamphlet che descrive le derive del giornalismo di guerra fin dalle sue origini storiche uno scrittore americano, Phillip Knightley, solleva dubbi sull’autenticità della foto. Di qui l’accanita controversia: la foto di Capa e una fedele ripresa della morte in diretta o una messinscena ad arte diffusa dalla parte repubblicana all’apice di un conflitto tanto radicalizzato sul piano ideologico?

È davvero il processo ad un’icona quello al quale dà vita l’autore in questo ispirato saggio nel quale, con l’abilità di un investigatore, ricompone il mosaico articolato di preziose testimonianze dirette, dei risultati di perizie balistiche e posturali, di ricerche documentali. Mosaico reso ancora più complesso da inspiegate incongruenze, negativi falsificati e depistaggi. Autenticità dell’immagine, integrità del fotografo, veridicità della scena: nella controversia aperta dall’accusa (Knightley) e alimentata dalla difesa (Richard Whelan) sono in gioco le tre parole chiave della deontologia del fotogiornalismo. E Lavoie – appassionato e storico della fotografia (insegna all’università del Quebec a Montreal) – è ben attento sia a far comprendere anche al lettore più sprovveduto dal punto di vista tecnico l’importanza e delicatezza della posta in gioco, ma anche a scandagliare tutti gli aspetti legati agli scatti del miliziano realizzati in quel 5 settembre del ‘36. Appassionante e ricca di suspence la rappresentazione di accusa e difesa, come in un buon thriller. Inoltre, altro punto di forza, il volume è corredato da un ricco apparato di note e di bibliografia che se da un lato attesta lo sforzo e lo scrupolo nella ricerca delle prove documentali dall’altro offre innumerevoli occasioni, spunti e fonti per chi voglia approfondire. Davvero una bella e stimolante lettura, perché quand’anche l’immagine sotto processo non sia un fake è pur sempre vero che in uno scenario di guerra gli eserciti di reporter, editor, istituzioni politiche e militari sono sempre intenti ad alimentare la grande fabbrica della disinformazione.