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L’agonia della pace

L’agonia della pace Il mondo di ieri

Stefan Zweig scende dal treno a Victoria Station alla fine del febbraio del 1934 con uno stato d’animo molto diverso da quello di un semplice turista. L’Austria non ha ancora cessato di esistere — l’agonia della sua patria durerà ancora quattro anni — e lui non è formalmente in esilio: i suoi libri riposano indisturbati nella casa di Salisburgo, il passaporto austriaco è ancora valido, nessun decreto lo ha bandito. Eppure, qualcosa è cambiato, e lui lo sa. Guarda Londra con gli occhi di chi ha deciso di fermarsi, non di chi è di passaggio. Sceglie di non acquistare una casa — ogni possesso è un vincolo, secondo lui — e affitta un modesto appartamento, appena sufficiente a contenere due librerie e una scrivania. È tutto ciò di cui uno scrittore ha bisogno. Non c’è spazio per la vita sociale, e questo gli va bene: vuole un contesto circoscritto che gli lasci la libertà di viaggiare. Il suo stile di vita si orienta già allora, in modo quasi inconsapevole, verso la provvisorietà piuttosto che la stabilità. Quando Zweig varca per la prima volta la soglia dell’appartamentino, è quasi notte e l’imbrunire sfuma i contorni dei muri. Trasalisce. Ha la sensazione di entrare in un luogo già vissuto: quell’appartamento gli ricorda quello che occupava a Vienna trent’anni prima, con le stesse stanze anguste, le stesse file di libri e gli occhi allucinati del King John di Blake che lo fissavano dalla parete. Ci vuole qualche istante per tornare in sé. Si chiede se quella somiglianza non sia un segno: la sua vita, fino ad allora in espansione, comincia forse a ripiegarsi su sé stessa. La stanzetta viennese di un tempo era un inizio, quando ancora non aveva creato nulla di fondamentale e il suo nome era sconosciuto. Ora si ritrova in una condizione stranamente simile: le sue opere sono sparite nella lingua in cui sono state scritte, ignorate in Germania; gli amici sono lontani, la casa con le sue collezioni perduta, le vecchie conoscenze dissolte. Sui suoi capelli compaiono i primi riflessi grigi, e un’ombra di sconforto gli pesa sull’animo. Gli anni londinesi dal 1934 al 1940 li condivide con tutti nella stessa angoscia scandita dalla radio e dai giornali, nelle stesse speranze e nelle stesse preoccupazioni. Conduce però una vita riservata, quasi anonima. Si impone una regola silenziosa: non esprimere opinioni pubbliche sugli avvenimenti del tempo mentre è in un Paese straniero. Lo considera un obbligo morale verso i suoi ospiti inglesi, anche se sa quanto sia difficile tacere di fronte agli errori che vede commettere. Osserva con bruciante dolore come la lealtà inglese — la più nobile delle virtù di quel popolo — venga sfruttata da una propaganda magistralmente organizzata. Hitler pronuncia la parola "pace" e la stampa esulta; i turisti tornano da Berlino tessendo le lodi dell’ordine tedesco; le rivendicazioni di una grande Germania vengono via via considerate legittime, senza che nessuno comprenda che l’Austria è la chiave di volta dell’intera Europa. Zweig li guarda con gli occhi di chi ha visto da vicino, nel proprio Paese, i volti delle truppe d’assalto del III Reich. Con l’acuirsi della tensione smette del tutto di partecipare alla vita pubblica: nei quotidiani inglesi non compare mai un suo articolo di attualità, alla radio non interviene mai, non prende a nessun dibattito. Frequenta pochissimi scrittori. I due con cui aveva cominciato a stringere un legame, John Drinkwater e Hugh Walpole, muoiono prematuramente. Con i più giovani si incontra di rado, evitando club, cene e cerimonie. Un giorno, tuttavia, assiste a qualcosa di straordinario: una colazione per pochi intimi a casa di Bernard Shaw, alla quale partecipa anche H.G. Wells. Zweig si trova nella posizione dello spettatore ignaro, ignaro cioè dell’origine precisa della tensione che serpeggia tra i due, percepibile fin dal modo in cui si salutano — con una familiarità velata d’ironia. Shaw è un ottuagenario straordinariamente vivace, alto, asciutto, che a tavola mangia solo frutta e noci, con una risata caustica sempre pronta e affascinato dai fuochi d’artificio dei propri paradossi. Wells è un settantenne rubicondo, più bon vivant, spietatamente serio anche nelle rare esplosioni di allegria. I due hanno combattuto fianco a fianco mezzo secolo prima nella Fabian Society, ma da allora i loro percorsi hanno preso direzioni sempre più divergenti. Lo scontro si svolge con stoccate rapide e parate altrettanto fulminee, sempre in toni scherzosi ma con un puntiglio intellettuale sottostante che la forma garbatissima non riesce del tutto a nascondere. Zweig non si stanca di ammirare quello sprizzare di scintille, quella fosforescenza che scaturisce dalla frizione di due grandi intelligenze…

Questo L’agonia della pace altro non è che il diciottesimo e ultimo capitolo dell’autobiografia di Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Non si tratta, dunque, di un’opera autonoma, bensì del sigillo testamentario di uno dei più celebri memorialisti del Novecento europeo: un testo che chiude il cerchio di una vita intera, scritta in esilio e consegnata al mondo dal bordo dell’abisso. Zweig cominciò a stendere le memorie quando, presagendo l’Anschluss e la persecuzione nazista, si sradicò dall’Austria per trasferirsi in Inghilterra e poi in Brasile. Il manoscritto, battuto a macchina dalla seconda moglie Lotte Altmann, fu spedito all’editore il giorno prima che i due coniugi si togliessero la vita nel febbraio del 1942 a Petrópolis, in Brasile. L’agonia della pace copre gli anni che vanno dal 1934 - la fuga definitiva da Salisburgo - fino alle soglie della Seconda guerra mondiale. È il resoconto di un uomo che assiste, dalla distanza geografica e psicologica dell’esilio in Inghilterra, alla dissoluzione della sua patria, dell’Austria e, con essa, dell’intero ordine europeo in cui aveva creduto. Nelle prime righe Zweig scrive che l’Inghilterra, nei primi anni, non era per lui un esilio, così come Sorrento non lo era stato per Gor’kij. L’Austria continuava ad esistere, anche dopo la cosiddetta «rivoluzione» e il tentativo dei nazionalsocialisti di impadronirsene con un colpo di mano e l’assassinio di Dollfuß. «Ancora la patria era la mia patria, ancora ero là un cittadino — e cittadino con pieni diritti»: questa condizione di attesa, sospesa tra l’appartenenza formale e l’estraneità sostanziale, è ciò che Zweig chiama agonia: una morte lenta, vissuta in diretta, senza la misericordia della fine rapida. Il capitolo qui riprodotto si caratterizza per la vicinanza personale che il lettore, attraverso la finemente intessuta struttura letteraria, stabilisce con il narratore in prima persona. L’opera combina lo sguardo oggettivo sulla cultura dell’antica Europa con intime visioni soggettive dell’io narrante. In che misura Zweig abbia rappresentato o volutamente escluso la propria vita privata è questione ancora controversa. La forza evocativa de Il mondo di ieri, e in particolare del suo capitolo conclusivo con la sua ambientazione nell’esilio europeo e americano, ha generato ben due adattamenti cinematografici di notevole spessore. Il più diretto è il film Vor der Morgenröte (2016), diretto da Maria Schrader con Josef Hader nel ruolo di Zweig e Barbara Sukowa in quello di Friderike, sua prima moglie. Il film segue lo scrittore austriaco prima in Inghilterra, poi a New York, Buenos Aires e infine in Brasile. Ma il tributo più inatteso e forse più influente nel restituire Zweig alla coscienza globale è giunto da Wes Anderson. Il film Grand Budapest Hotel (2014) è ispirato a diversi scritti di Zweig, tra cui l’autobiografia. L’agonia della pace rimane comunque, nell’economia di quel testo, il capitolo più personalmente devastante: quello in cui la malinconia si fa diagnosi e la nostalgia diventa coscienza storica. È il testamento di un uomo che ha perso non soltanto una casa, ma l’intera mappa di un mondo.