Salta al contenuto principale

Laguna limes

copertina del libro

A volte non succede nulla per lunghi, lunghissimi periodi. A volte la luce sulla laguna veneziana è così abbacinante che le imbarcazioni sembrano statue di vetro soffiato su una lucida superficie di cristallo. Ma a voler veder bene si nota il movimento sotto la linea di galleggiamento. I sommovimenti sotterranei degli intrighi inestricabili, tracce di misteri oscuri. In quell’inverno dell’ottantacinque si aggiunge altra luce. Quella del riverbero accecante sulla neve che ha coperto ogni cosa, anche i cadaveri. Il primo è di Giorgione, alias Giorgio Righetto; non l’artista del pennello ma del calcestruzzo. Noto e chiacchierato palazzinaro a cui bastano tre proiettili per capire quanto sia transitoria la gloria in questo mondo; istantanea consapevolezza accompagnata forse a repentino pentimento, chissà. Il secondo pende da un albero delle alture vicentine fuori città. Un suicidio senza spiegazione ma in compenso con molti sospetti. Motivazione, prima di tutto. Esecuzione, in secondo luogo. Come fanno a essere così pulite quelle scarpe? Visto che la sua macchina viene trovata a chilometri di distanza? Si aprono due filoni di indagine come fiumiciattoli che sgorgano da vicine sorgenti. Li navigano con perizia uno la polizia e l’altro i carabinieri. Lungo il loro corso affiorano elementi incongrui, ostacoli che deviano il cammino, e non tarda a mostrarsi all’orizzonte una foce comune…

Laguna limes di Umberto Matino è un giallo immerso nelle nebbiose e lente atmosfere del tanto raccontato nordest, diventato ormai locus letterario attraverso l’individuazione di alcuni topoi ricorrenti. I paesaggi immoti, quasi onirici, contrappunto a un sotterraneo frenetico movimento di trame, intrighi sociali, affari condotti in maniera opaca. Qui i misteri sono due, e due sono le indagini condotte in parallelo. Il commissario Bonturi, uomo placido e attento osservatore, conduce le indagini traducendo gli avvenimenti col vocabolario delle dinamiche sociali e persino storiche della sua terra; il maresciallo dei carabinieri Piconese è invece uomo riflessivo, filosofico e razionale, e procede per deduzione arrivando persino, in un momento di estremo climax della storia, a un’intuizione quasi per induzione divina, durante la celebrazione di una messa. Il romanzo di Matino non è certo un giallo classico, più che altro un’ampia riflessione sui meccanismi sociali ed economici del veneto, sulla sua corruzione, sul marcio che infesta il territorio e che lo rende il vero cadavere sulla scena, il vero mistero su cui gli investigatori si troveranno a indagare, e in relazione al quale i due corpi trovati senza vita sono solo una piccola e in ultima analisi insignificante propagazione. Romanzo denso, a volte pastoso nel suo scorrimento ma piacevole per gli amanti del giallo sociale, a buon titolo innestato nel filone del mistero all’italiana, del poliziesco di costume di impronta, si parva licet, frutterolucentiniana.