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L’ala della notte

L’ala della notte

Black Mesa, Arizona. La baracca di lamiere di Abner Tasupi, un indiano Hopi incartapecorito che si guadagna da vivere riparando qualche automobile e vendendo un po’ di benzina direttamente dai bidoni ma in realtà è una sorta di sciamano, cuoce sotto il sole di mezzogiorno. Nessuno lo va mai a trovare il vecchio Abner, tranne il vicesceriffo Youngman Duran, anche lui Hopi. E forse hanno ragione gli altri, pensa Youngman mentre ascolta lo sproloquio dell’anziano, perché Abner è diventato davvero insopportabile. È ossessionato, ormai: devono morire. Tutti. Ma tutti proprio, intende: tutti gli esseri umani. Delirio causato da troppa polvere di “datura”, probabilmente. Ciancia di un rituale che vuole fare che “sistemerà tutti”, che spopolerà le città: Los Angeles, Tucson, Phoenix, Albuquerque. Il mondo. Continua a disegnare forme geometriche a terra con una sabbia nera lucida e a farfugliare minacce. Youngman pensa che sia solo vecchio e rancoroso e lo saluta con un strana sensazione sulla pelle. Ex marine con sulle spalle sei anni di carcere militare, ex sbandato che viveva di lavoretti rimediati, due anni fa è stato nominato vicesceriffo dai vecchi della sua tribù perché, da “irrequieto” cronico che era, trovasse un posto nel mondo. E lui ha conquistato pian piano la fiducia dei cittadini della zona. Cittadini che ora sono preoccupati da strani casi sempre più frequenti di dissanguamento di animali. Quando Youngman trova il cadavere dissanguato di Abner si trova costretto ad affrontare questa misteriosa minaccia in prima persona…

Nei primi anni ’70, mentre lavorava al progetto del noir che sarebbe diventato Gorky Park, il suo “libro della vita”, il giornalista Martin Cruz Smith pubblicò – soprattutto sotto pseudonimo – un buon numero di western, horror e thriller per il mercato delle edicole. Il più fortunato commercialmente di questi lavori scritti in batteria è proprio L’ala della notte, che vendette molto bene e divenne persino un film nel 1979 per la regia di Arthur Hiller (in italiano Le ali della notte). È grazie a questi soldi che Cruz Smith poté concentrarsi sulla scrittura del primo, memorabile romanzo della serie di Arkady Renko: si tratta forse dell’unico merito di un thriller che sfrutta la moda degli “animal attack” molto in voga nei Seventies aggiungendoci - per alzare un po’ il tiro - i temi della spiritualità/mitologia dei nativi americani e delle epidemie. Lo stormo di vampiri che infesta il deserto dell’Arizona e minaccia di diffondere la peste in tutti gli Usa (non è uno spoiler, è tutta roba che trovate già sulla copertina del libro) può andare bene in un B-movie ma in un libro funziona abbastanza poco, purtroppo.