Un piccolo scoiattolo è intento a raccogliere pigne per accumularle in un valico tra le Montagne Rocciose. È una scorta succulenta la sua, ma poi, distratto da chissà cosa, lo scoiattolo si allontana e non fa più ritorno. Col tempo quelle pigne, circa dodici, si disperdono sul terreno per via del vento oppure della pioggia, infine trascorso un anno germogliarono. È così che ha inizio la lotta per la vita, per raggiungere la luce del sole e il nutrimento. I fusti fragili si alzano, ma solo i più forti sopravvivono e dopo cinque anni sono otto le piante che hanno conquistato il loro spazio. Nei quattro o cinque anni a seguire il numero si riduce ancora, i cervi divorano le gemme, i conigli rosicchiano la corteccia e un grosso alce in cerca di un albero su cui grattare il velluto del suo palco ne abbatte uno. Altri vent’anni passano, gli alberi rimasti crescono il più possibile, ma nuove minacce pongono termine alla loro esistenza. Infine è un solo pino a restare in vita, dritto al suo posto e a crescere vigoroso per oltre un secolo. I suoi rami sono ampi e grazie allo spazio il suo tronco si allarga più che crescere in altezza. Si staglia su un alto versante aperto e i suoi rami più alti sono piegati e sferzati dal vento di sud-est che arriva dalla pianura. Le intemperie lo tormentano per anni, ma l’albero è robusto e non cede, anzi dopo altri due secoli è ancora più florido e vigoroso, ricco di nuovi ampi rami frondosi…

Archibald Stansfeld Belaney (Sussex 1888 – Canada 1938) diventa celebre col nome indiano Grey Owl, Wa-sha-quon-asin “colui che vola di notte”, intorno al 1925, quando assume definitivamente l’identità di un nativo nascondendo le sue origini inglesi e il suo passato da cacciatore. L’inganno viene smascherato alla sua morte, a solo 49 anni, dopo un periodo di salute precaria, alcolismo e una polmonite letale, distruggendo la sua reputazione agli occhi del mondo. Il maestoso pino (Pinus Banksiana) protagonista del racconto di Belaney, divenuto prolifico scrittore e conferenziere, è un punto di riferimento per gli abitanti della valle. Durante la sua esistenza è testimone dello scorrere del tempo e dei mutamenti antropici del territorio. Un riparo per gli animali e per gli Indiani, in particolare i membri della tribù dei Piedi Neri, fino all’invasione dei “visi pallidi”, che colonizzeranno il territorio. L’albero accoglie preghiere e offerte, diventa la tomba di un grosso orso e favorisce sogni e visioni. Svetta per settecento anni sulla montagna fino a esaurire la sua vita dopo averne protette tante. Nelle parole di Grey Owl, piene di poesia e sentimento, traspare il rispetto dell’uomo nei confronti della natura, la consapevolezza di ciò che può offrire, ma anche di quanto sia fragile sotto l’implacabile mano degli uomini, che sono velocissimi e prendere e distruggere. Nei suoi viaggi per sensibilizzare le persone alla tutela degli animali e delle foreste, nel suo impegno come guida attraverso il territorio del Canada, Grey Owl ha messo in gioco ciò che ha imparato vivendo con i nativi, la sua presa di coscienza, la sua passione, il suo risveglio personale, al di là di come in seguito la sua identità lo abbia danneggiato gettando nel limbo la sua opera per molto tempo, ma non per sempre. A spiegare alcuni tratti salienti della sua vita e della sua personalità contribuisce la bella prefazione di Luca Castelletti, che ha curato il volume.