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L’albero delle farfalle

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Riccardo, quarantenne medico di famiglia, è un uomo profondamente legato a sua madre Costanza, insegnante in pensione con la quale ha un rapporto quasi simbiotico. Posseggono un esperanto che usano per dialogare senza venire compresi dagli altri e la loro è sempre stata un’intesa immediata, esclusiva, anche rispetto al rapporto con il padre Roberto, più interessato al lavoro prima e alla presidenza del Rotary poi. Per queste ragioni, quando alla madre Costanza viene diagnosticata una grave malattia con un decorso che si preannuncia tragico, madre e figlio si trovano praticamente soli ad affrontare tutto ciò che ne consegue. Visite, terapie, attese snervanti, speranze e delusioni restano tutte sulle spalle di Riccardo, che per seguire la madre si allontana persino dalla moglie e dalla figlia - comunque amate. Un percorso ospedaliero che si alterna con i ricordi dell’infanzia legati soprattutto alla villa di famiglia e alla passione della madre per il giardinaggio. Un amore per le piante che la donna ha voluto tramandare al figlio, ma che Riccardo non ha ancora trasformato in passione. Per seguire Costanza, l’uomo si allontana anche dalla sua professione di medico di famiglia, facendosi sostituire il più possibile e mettendo la propria vita a disposizione della malattia della madre. Come spesso accade in queste situazioni, speranze e illusioni si confondono. Quando la luce e la fine della terapia sembrano vicine, il buio di nuovo avvolge il futuro e tutto ripiomba nell’incertezza. Ci si affida alla medicina, alle mani di chirurghi che, dentro al camice, sono però uomini come noi, lontani dal poter compiere miracoli…

Il racconto di un percorso medico, la descrizione di una malattia che aggredisce una persona cara, l’evoluzione del rapporto tra noi e lei, il percorso che trasforma sia l’ammalato che chi lo accudisce è una materia nota agli scrittori e altrettanto nota è la difficoltà di renderla fruibile ai lettori, sia perché l’impatto emotivo del narratore spesso prevale oscurando tutto il resto, sia perché è difficile raccontare qualcosa di così intimo e privato riuscendo a materializzare un necessario distacco, indispensabile ai lettori. Occorre tecnica, occorre saper dominare le proprie emozioni. Un recente punto di riferimento, un esempio riuscito di questo processo potrebbe essere L’invenzione della madre di Marco Peano, uscito nel 2015 e di cui abbiamo raccontato la creazione in un’intervista all’autore. Nel romanzo di Paolo Mascheri, in cui dalla dedica alla madre da subito si intuisce un percorso simile provato sulla propria pelle, questo transfert narrativo viene a mancare, soffocato dalle molte descrizioni di luoghi, gesti, minuziose ma che non aggiungono nulla a un racconto quasi privo di dialoghi. Si comprende certo il profondissimo legame tra madre e figlio, un cordone ombelicale mai tagliato, privilegio che mette in secondo piano anche la nuova famiglia di Riccardo, moglie e figlia amate sì, ma che dovranno attendere la fine di questo calvario. Complice anche il ruolo di un padre che teme di veder soffrire gli altri e che quindi si allontana dai luoghi dove si sta male, con la scusa di dover seguire le proprie passioni, Riccardo carica tutto su di sé, finendo quasi per spezzarsi.