Nel cortile luminoso e selvaggio della casa di Gita i rovi, le ortiche e i fagioli rampicanti regnano sovrani, in una città non addomesticata né addomesticabile. Le navi vanno e vengono dal porto, creando un legame tra il Mozambico e il resto del mondo: con l’Asia, l’Australia e l’Europa, il continente da cui sono originari entrambi i suoi genitori, fuggiti da una famiglia e da un paese che sembrava non aver posto per loro. Sul giardino si affaccia una veranda dove Laureano, il padre, sorseggia birra al tramonto e da cui si sente il ronzio snervante della macchina da cucito della madre Amélia. Lóia, la balia diventata tuttofare, non prova neppure a mettere ordine; anzi, dopo aver scacciato le galline che calpestano i vestiti puliti, scoppia a ridere, come a riconoscere la futilità di voler governare la natura. L'infanzia di Gita in Mozambico è il sogno di una danza con le foglie, di un gatto che balla nel suo carillon, di una bambina che si trasforma in un animaletto per farsi trovare dall’amato padre. La vita è facile e luminosa, eccetto quando deve mettere le scarpe che le fanno sanguinare i piedi e lo chignon stretto nelle quali sua madre, donna dal cuore freddo e pesante, vorrebbe vederla. Solo più avanti Amélia racconterà la sua storia: di come da ragazza lasciò il Portogallo inseguendo un’illusione presto infranta, proprio come le sedie e le stoviglie sulla nave di quel primo viaggio, e di come un passo fatto quasi per gioco le cambiò la vita…

L’albero delle parole è un racconto magico che non si lascia descrivere facilmente, nonostante sia radicato in un momento storico preciso: i decenni che precedono la guerra d’indipendenza del Mozambico dal Portogallo. Protagonisti sono i temi della trasformazione e dell’indipendenza, di cui le donne del romanzo, Amélia e Gita, sono declinazioni diverse. Nata e cresciuta in Mozambico da genitori portoghesi, Gita è figlia di due mondi ed è capace di sostenere l’indipendenza del paese senza rifiutare il legame con il Portogallo. La ricerca di Amélia verso l’indipendenza, invece, è un anelito di riscatto personale e sociale che non porterà a un cambiamento vero, ma a una ripetizione delle stesse dinamiche: la donna sceglierà il distacco definitivo dalla famiglia e dall’ennesimo luogo di cui non si è mai sentita parte. Il romanzo di Teolinda Gersão inizia mostrandoci il mondo come per la prima volta, attraverso gli occhi di Gita, immersa nell’odore dell’erba e della frutta matura. La lingua è quella dell’Africa, che “ci sopraffaceva, ci intorpidiva, entrava dentro di noi come un sortilegio”. Gita cresce e il tono cambia: resta poetico, ma si fa disilluso quando a narrare è Amélia; nella terza parte rimane sognante ma più maturo. Gita sa che la vita non è davvero un gioco: “molte persone si arrendono. Non per colpa loro, ma perché ci rincorre un'ingiustizia, una ruota che tutt’un tratto ci schiaccia”.