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L’altra casa

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Maura non vuole saper nulla della casa. Non vuole vederne le foto, non ascolta Fred mentre le racconta della scala di marmo che collega il piano inferiore a quello superiore, delle cinque camere da letto o degli altri ambienti che prendono il loro nome dai colori utilizzati per gli intonaci delle pareti e dei soffitti. Non le interessa la camera blu né quella gialla, la sala da musica verde né il bagno rosa. Non vuole sapere nulla, pensa mentre indica a Fred i bagagli ai piedi del letto, anche se sa che una traccia di tutti i dettagli che l’uomo le ha illustrato resterà impressa nella sua memoria. Ha preparato quattro valigie: due trolley e due sacche da palestra. Non ha mai avuto una grande passione per i vestiti, Maura, neppure da bambina. Gli abiti di scena, invece, sono tutt’altra cosa. È d’accordo con chi li ha definiti scorze che racchiudono il frutto e lasciano presagire inclinazioni e sentimenti, così come gli abiti della vita quotidiana non raccontano storie, ma piuttosto le nascondono. Ed è giusto sia così, perché quando non canta Maura vuole essere anonima e invisibile. Maura sta per lasciare la casa in cui è vissuta fino a quel momento. Si trasferisce nell’altra abitazione, quella che Fred le ha descritto nei minimi particolari. Ormai ha accettato e non può tirarsi indietro. La villa è appartenuta a una famosa cantante lirica della seconda metà dell’Ottocento, Giuseppina Pasqua, intima amica del maestro Giuseppe Verdi. L’attuale proprietaria desidera far tornare a vivere quel luogo e tutto il carico di storia che racchiude. Fred ha colto l’occasione e ha coinvolto un imprenditore, suo conoscente, e la moglie, una pianista russa. Gli eventi avranno luogo a partire dal mese di settembre e, nel corso della seconda serata, Maura si cimenterà nell’interpretazione di qualche aria, accompagnata dalla pianista…

Passato e presente si intrecciano per svelare, insieme ai fantasmi di una casa, quelli di ogni lettore. Due donne, profondamente diverse tra loro, convivono in una casa del bolognese, in attesa di un evento musicale importante. Una è una cantante lirica che, a causa di un recente intervento alla tiroide, teme di aver perso il controllo della propria voce. L’altra è una pianista russa, che deve preparare la cantante al concerto in cui interpreterà le arie più celebri di una mezzo soprano vissuta tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e che è stata proprietaria della villa in cui le due donne convivono. E la casa, grande protagonista del romanzo di Simona Vinci - scrittrice e traduttrice milanese, vincitrice del premio Campiello 2016 con La prima verità - non resta inerme all’arrivo di quella strana coppia, ma respira, produce visioni, reagisce terrorizzando le due. Situazioni singolari e apparentemente di scarsa importanza che raccontano le mille verità sulla villa e su chi l’ha abitata. Si tratta di un luogo decadente - che tanto ricorda gli sfondi dei capolavori del romanzo gotico, di cui la Vinci si è sempre dichiarata appassionata lettrice - e stregato, in cui si mescolano le angosce di Maura, la cantante in piena crisi, e di Ursula, la pianista chiamata ad aiutarla, ma in realtà vittima anch’essa di un passato durissimo e un presente irrisolto. Figure tipiche del melodramma - quello verdiano ma non solo - si uniscono a ricordi spaventosi e a sdoppiamenti inquietanti, che rimandano a uno straniamento esplicitato fin dalle prime pagine del romanzo, che si interroga su cosa siano davvero la realtà e i luoghi. Con uno stile che richiama i romanzi di Daphne du Maurier, la Vinci fonde realtà e fantastico e lo fa con una maestria tale da incollare il lettore alla pagina, dopo averlo continuamente disorientato. Un libro complesso, formato da mille tessere che si incastrano alla perfezione una all’altra e che parlano di sacrificio e di angoscia, di ambizione e di lirica, di talento e di abuso, di case vuote che reclamano a gran voce di essere abitate.