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L’altro ispettore - Invisibili

copertina del libro

Lucca, poco prima dell’alba. La città è ancora immersa nel sonno, mentre iniziano a muoversi i primi lavoratori. Nei quartieri periferici, e in particolare a San Vito, in una casa modesta vive Hamid Hasan, quarantacinque anni, insieme alla moglie e ai due figli piccoli. Prima di uscire per cercare lavoro, Hamid rimane per qualche istante sulla soglia della stanza a osservare la propria famiglia addormentata. Da poco è riuscito a ottenere il ricongiungimento familiare, risultato raggiunto dopo anni difficili trascorsi tra lavori precari, umiliazioni, promesse disattese, datori di lavoro sfruttatori e connazionali che pretendevano una parte dei suoi guadagni in cambio della possibilità di lavorare. Quando ha potuto, Hamid si è opposto, pagando però ogni rifiuto con periodi di fame, freddo, disoccupazione e paura. Ora, però, la sua famiglia è con lui. Esce di casa con il pranzo preparato dalla moglie nello zaino e con le consuete preoccupazioni: i quaderni da comprare, le scarpe del figlio maggiore da sostituire, l’affitto da pagare con qualche giorno di ritardo. Si dirige verso un punto di ritrovo lungo via Pesciatina, privo di qualsiasi insegna, dove ogni mattina alcuni uomini aspettano di essere scelti per una giornata di lavoro. Hamid riconosce due marocchini, un tunisino e altri uomini nella sua stessa condizione. Nessuno parla molto, perché tutti sanno di dipendere dalla decisione di chi arriverà a reclutarli. Sopraggiunge un furgone vecchio e malridotto. Ne scende un uomo basso e robusto, con baffi folti e un cappello di lana. Senza salutare, osserva gli uomini come se dovesse selezionare degli strumenti e ne indica alcuni. Sceglie anche Hamid. Il furgone li conduce in un cantiere improvvisato, dove è in costruzione una palazzina: i ponteggi sono stati montati in fretta, le tavole sono sconnesse, i materiali sono sparsi senza ordine, i cavi elettrici passano sul fango e non vi sono cartelli né delimitazioni di sicurezza. Ad Hamid viene affidato il compito di trasportare sacchi e secchi ai piani superiori. Lavora senza quasi fermarsi e a metà mattina sente già un forte dolore alla schiena. Poco prima di mezzogiorno, si trova sulla parte esterna del ponteggio. Sta sistemando del materiale vicino a un’apertura quando qualcuno lo chiama. Nel momento in cui si volta, sente qualcosa cedere sotto un piede. Non riesce a capire se si sia mossa una tavola o se abbia semplicemente appoggiato male il peso. Cerca di aggrapparsi a un tubo metallico, ma non riesce ad afferrarlo e cade dal ponteggio…

Domenico Dodaro, protagonista del secondo romanzo della serie e frutto della fantasia di Pasquale Sgrò, è un protagonista insolito nel panorama del giallo italiano. Non è un poliziotto, non porta una pistola e non costruisce le proprie indagini su intuizioni spettacolari: è un ispettore del lavoro e procede attraverso dettagli, incongruenze, documenti, testimonianze e soprattutto attraverso ciò che qualcuno preferirebbe non vedere. La vicenda prende avvio dalla morte di Hamid, immigrato che vive a Lucca con la famiglia dopo essere riuscito a ottenere il ricongiungimento. Cade da un ponteggio, ma, invece di essere soccorso, viene caricato su un furgone e abbandonato davanti all’ospedale San Luca. Poco prima aveva manifestato al sindacato l’intenzione di denunciare una ditta che utilizzava lavoratori in nero, alcuni privi del permesso di soggiorno. Per Dodaro, l’assenza di una regolare segnalazione dell’infortunio e le modalità con cui l’uomo è stato lasciato in ospedale sono elementi sufficienti per dubitare della versione più semplice. A questa indagine se ne affianca un’altra, ambientata a Viareggio durante l’allestimento di una mostra a Villa Paolina. Anche qui un uomo perde la vita sul lavoro e anche qui l’apparenza suggerisce un incidente. I due casi appartengono a realtà lontane: il primo porta dentro cantieri irregolari, sfruttamento e precarietà; il secondo si svolge in un contesto culturale apparentemente rispettabile. A unirli è il rischio che la parola “fatalità” diventi una scorciatoia capace di cancellare responsabilità precise. Sgrò utilizza il meccanismo investigativo per affrontare il tema della sicurezza, ma senza trasformare il romanzo in un trattato. Le norme e le procedure entrano nella narrazione perché hanno conseguenze concrete sulle vite delle persone. Gli invisibili del titolo sono così coloro che lavorano ai margini delle tutele, facilmente sostituibili e ancora più facilmente dimenticabili quando qualcosa va storto. La conoscenza professionale dell’autore conferisce solidità all’impianto. Dodaro verifica, confronta, cerca ciò che manca e diffida delle spiegazioni troppo comode. È un uomo disciplinato, segnato dalla perdita della moglie Laura, che si muove in bicicletta e sembra avere fatto del rigore una forma di difesa personale. L’empatia, però, non sostituisce il metodo: lo accompagna. L’aspetto più coinvolgente del romanzo sta proprio qui. La morte sul lavoro non è soltanto il motore del mistero, ma l’esito di una serie di omissioni, convenienze e responsabilità. Domenico Dodaro diventa allora il personaggio che si ferma dove altri passano oltre e prova a restituire visibilità a ciò che qualcuno ha interesse a nascondere.