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L’amore bugiardo

L’amore bugiardo

North Carthage, Missouri, giorno del quinto anniversario di matrimonio. Nick è al bar a lavorare insieme alla gemella Go, Amy è a casa a preparare la tradizionale caccia al tesoro per il suo maritino, infarcita d’indizi romantici che ripercorrono l’anno d’amore appena trascorso. La tradizione appartiene in verità ai suoi genitori, icone della letteratura per ragazzi, sempre perfettamente complementari, innamorati, uniti. Lo stesso non si può dire di Nick e Amy, coppia perfetta solo fino a che la sorte ha girato in loro favore: belli, ipermondani nella spumeggiante New York, socialmente affermati. Poi la perdita del lavoro e, con esso, delle certezze e dell’autostima, oltre che dei soldi e della casa. Amy è decisa a recuperare il suo matrimonio, la caccia al tesoro è solo un pretesto per riattivare l’interesse di Nick, un po’ abbrutito dai rovesci della sorte. C’è poco da festeggiare, però: quando Nick torna a casa, i mobili sono rovesciati in terra e della moglie non c’è traccia. Che fine ha fatto Amy? Una colluttazione poco chiara, sangue pulito alla bell’e meglio e i misteriosi bigliettini già predisposti per la caccia al tesoro. La polizia comincia a indagare, lei dov’è? Perché poi, si sa, il primo sospettato è sempre il marito. Soprattutto quando nel diario della donna, rinvenuto fortunosamente, lei passa dal parlare del marito in tono adorante a confessare di temere per la propria incolumità. Ma da quando Amy teneva un diario? E com’è finito a casa dell’odiatissimo padre di Nick? Dove conducono gli indizi della caccia al tesoro? Cosa faceva la donna, tutto il giorno, sempre da sola? E come si collegano gli eventi di oggi a vecchie storie di fan della Mitica Amy troppo pretenziosi e invadenti?

Il thriller è ben congegnato, fluido e piuttosto intrigante. Anche se un lettore un po’ accorto sa che deve astenersi dalle conclusioni troppo facili, qui siamo condotti per mano in modo morbido, quasi impercettibile. I due protagonisti intervengono a turno, in prima persona. La sottigliezza è che mentre Nick si esprime direttamente (parla, pensa, agisce in medias res), per Amy è il diario a parlare, perché lei, effettivamente, è sparita. Dunque mentre di Nick ci costruiamo una immagine viva, legata al corso degli eventi, Amy non interagisce, è una figura, un personaggio nel personaggio. Il diario, del resto, è l’artificio narrativo che fa da timone nella storia: dapprima Amy, urbana, bella, brillante, figlia di due ricchi scrittori psicologi infantili (non vengono risparmiate stoccate pesanti alla categoria). Insomma, una tipa piuttosto antipatica. Nick, dal diario di Amy, risulta a sua volta bello, brillante, mondano senza esagerare, parvenu della provincia americana. Il simpatico, diciamo. Poi il diario, questo meta-narratore, mostra pian piano un Nick sempre più abbrutito, avvilito, distante. E Amy? Spaventata sì ma fermamente convinta a ripianare ogni cosa per ricostruire l’idillio dei primi tempi. Alla fine quella simpatica risulta lei, e Nick comincia ad assumere sfumature sinistre. Per un bel pezzo non viene in mente di chiedersi se quel diario non nasconda per caso qualche anomalia. Quando il mistero si chiarisce e Amy prende finalmente corpo, l’immersione nella follia è inevitabile, lo scontro con una intelligenza brillante ma deviata, con una maniaca del controllo, con una manipolatrice di prima categoria. È chiaro che lei è troppo intelligente per finire male sul serio, ma davvero viene da chiedersi se ci sia molta differenza tra una prigione reale e quella, tutta psicologica, in cui alla fine precipitano i due sposini. Fino a che morte non li separi.