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L’anello di Bindi

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Italia, il bel paese in cui “tutti fanno, ma nessuno dice”. Negli Anni ’60 questo valeva più che mai. È il 1961 e al Festival di Sanremo debutta Umberto Bindi con la sua canzone Non mi dire chi sei. Le testate giornalistiche, nei giorni successivi, diranno che quella di Bindi è stata l’unica vera canzone candidata al festival. L’acclamazione generale, tuttavia, non è basta a coprire gli occhi su ciò che, assieme al cantante, è salito sul palco. Ovvero desiderio di emancipazione e libertà. Al dito di Bindi brillava un anello vistoso che non sarebbe mai stato dimenticato, così come le sue sensuali e femminili movenze delle mani. Da quel momento il cantautore ci avrebbe pensato due volte prima di salire nuovamente su un palco, preferendo scrivere per altri cantanti e nascondersi dietro la loro rassicurante armatura. Il cambiamento però si era già avviato e presto sono arrivati gli Anni ’70. Nel 1975 Renato Zero dà all’omosessualità un’impronta pop. All’improvviso tutti gli artisti vogliono parlare della comunità lgbt. Le prime testimonianze escono dall’ombra e si viene a conoscenza della struggente storia di Ivan Cattaneo, chiuso in manicomio a 14 anni per aver detto alla mamma che voleva essere una donna. Sembra essersi rotta una diga, destinata a far uscire tutto ciò che era stato celato fino ad allora. L’omosessualità è sulla bocca di tutti. Il varco aperto da Ivan conduce direttamente agli Anni ’80 con l’iconico Malgioglio e le sue canzoni Gelato al cioccolato (portata al successo da Pupo) e Papaya. Di nuovo, i colleghi si uniscono alla popolarità del tema. Persino Raffaella Carrà, icona di femminilità, sostiene i suoi amici gay sul palco. Da quel momento, tutta discesa. È il 2010 quanto sulla copertina di “Vanity Fair” si legge la dichiarazione sconvolgente di Tiziano Ferro “voglio innamorarmi di un uomo”. Anche tra le donne non mancano le icone di riferimento, una tra tutte, con i suoi testi, ha dato voce alle donne appartenenti alla comunità lgbt: Gianna Nannini. La sua canzone Seduzione del 1986 diceva “In piena luce lei scenderà / a piedi nudi ti chiamerà / col suo vestito ti avvolgerà / candida e oscura si spoglierà”…

Ferdinando Molteni è giornalista, saggista, docente e musicista. Il saggio, a seguito di un’introduzione di Paolo Rumi, si apre con un curioso aneddoto sulla vita dell’autore. Da adolescente lavorava, durante i fine settimana, alla discoteca Ai Pozzi di Loano, sulla Riviera di Ponente in Liguria. È qui che ha potuto vedere i piccoli concerti live di tutti i grandi della musica italiana del tempo: i Nomadi, i Ricchi e poveri, Mia Martini, Califano e i successivi Tiziano Ferro, Laura Pausini e Luciano Ligabue. La passione che l’autore nutre verso il mondo della musica sembra essere nato proprio in quegli anni, così come la curiosità riguardo le storie che essa nascondeva. L’anello di Bindi è un vero e proprio viaggio a ritroso nella storia della musica italiana e un’indagine sul movimento lgbt del nostro paese. La narrazione mette in luce l’arco temporale durante il quale la mente sociale si è evoluta. In un primo momento, con l’anello di Bindi sul palco del Festival, lo sconcerto unanime era costata al cantante la vittoria. Oggi, come nel caso di Tiziano Ferro, il coming out ne ha addirittura accresciuto la fama. Il saggio ferma la sua indagine al primo decennio del 2020 e, volendo continuare, ci sarebbe molto altro da aggiungere. L’opera potrebbe in un certo senso sembrare incompleta per questo motivo, ma va preso in considerazione il fatto che la società cambia in maniera repentina. I social network hanno reso il tempo talmente fugace che anche ciò che è stato scritto recentemente sembra già superato. Questo è il rischio da assumersi quando si parla di movimenti contemporanei. Il saggio rimane un’indagine fedele e approfondita che gli appassionati di musica potranno senz’altro apprezzare. Anche i più giovani potranno trovare soddisfazione nella lettura, arrivando a comprendere come Ariete, Miss Keta, Marco Mengoni, Rosa Chemical e Achille Lauro abbiano ottenuto una discreta libertà espressiva. Certo, ancora il traguardo non è stato raggiunto, ma saggi come questo aiutano a inorgoglirsi per la strada fatta.