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L’anello rubato

L’anello rubato

Il generale Bengt Löwensköld muore nel mese di marzo 1741. Partito in guerra in gioventù come semplice soldato, si era distinto in battaglia ottenendo prestigio e titoli in dono da re Carlo XII e i possedimenti di Hedeby, nel distretto di Bro. Un grande quadro, che occupa la parete tra le due finestre nel salone e va dal pavimento al soffitto, lo ritrae. Il generale ha il viso rude, ma l’aria onesta e saggia, nella mano sinistra si nota al dito indice il grande anello d’oro con sigillo, dono del re, ed è con quell’anello al dito che il suo corpo è stato deposto nella bara e calato nella cripta. In tanti, durante il funerale, si sono tormentati in merito a quell’anello, ritenendo un enorme spreco il seppellirlo senza trarne alcun profitto. Pochi mesi dopo la morte del generale, una parente ne segue la sorte e per il seppellimento la cripta di famiglia viene riaperta e, cosa ancora più insolita, il custode decide di non sigillarla fino al giorno seguente. A preoccuparsi della questione è il contadino di Mellomstuga chiamato Bård Bårdson, che vorrebbe confidare i suoi timori a qualcuno, ma è vinto da una grande esitazione e dalla paura di apparire come un impiccione. Così trascorre l’intera giornata dopo le esequie preda di dubbi e timori e alla sera, turbato, li confida alla moglie che gli confessa di avere avuto la stessa idea. Durante la notte Bård cede alla curiosità e decide di raggiungere la cripta per assicurarsi che sia tutto in ordine, la moglie lo segue. Superano facilmente il muro perimetrale del cimitero e la donna si mostra persino più veloce e determinata nell’oscurità. Non ci vuole molto a raggiungere la tomba, ovviamente aperta, un vero segno di negligenza, quasi un invito per i ladri. Meno male che loro due sono lì e possono controllare, notano infatti che persino la scala per scendere nella cripta è stata lasciata al suo posto, ma in fondo il generale avrà di sicuro il potere di tenere lontani i malintenzionati. O no? Forse è il caso di verificare che l’anello sia al suo posto. La moglie di Bård lo esorta a scendere. Non ci vuole molto a svitare il coperchio della bara, tutto sembra fatto a posta per un ladro. Ed ecco l’anello, è irresistibile, ed è così semplice sfilarlo dalla mano avvizzita del morto...

“Quanto c’è di vero in questo racconto? È passato da una narratrice all’altra, qualcuna ha aggiunto qualcosa, qualcuna ha tolto. Ma non conterrà almeno un granello di verità? Non dà l’impressione di descrivere cose realmente accadute?”. Pubblicato nel 1925 il romanzo dedicato al furto e alla maledizione del prestigioso anello dono di Carlo XII di Svezia, è il primo di una trilogia che ha come protagonisti i membri della famiglia Löwensköld (seguono i volumi La maledizione dei Löwensköld e Anna Svärd). Selma Lagerlöf offre ai lettori una storia cupa e intensa che ha inizio con la profanazione di una tomba e vede il suo epilogo decenni dopo, attraverso un atto d’amore. Ambientato nel XVIII secolo, in una Svezia che vive ancora nella leggenda delle eroiche imprese di guerra del grande sovrano Carlo XII (1682 – 1718, a cui succede Federico I d’Assia-Kassel) per la conquista delle regioni che si affacciano sul Baltico, in quella che è conosciuta come la Grande guerra del Nord (dal 1700 al 1721). Le atmosfere sinistre dell’opera, la presenza di uno spettro che vuole vendetta, lo scontro di classe, l’amore salvifico richiamano un precedente scritto della Lagerlöf, Il carretto fantasma del 1912. Il romanzo si sviluppa in tre diversi periodi: il 1741, quando l’anello viene rubato; il 1748, quando viene recuperato una prima volta; infine un salto temporale di trent’anni ci porta al 1778. Come spesso avviene nelle opere della celebre autrice svedese, prima donna a vincere il Nobel per la letteratura, le figure femminili ricoprono un ruolo importante, a iniziare dalla moglie complice di Bård Bårdson, fino alla leale e coraggiosa Marit Eriksdotter, che attende a lungo la sua vendetta, e ancora l’ingenua e devota Malvina Spaak, colei che mette fine a questa ingarbugliata storia di morte e inganno. Ma il vero protagonista è l’anello, un premio di guerra e quindi un premio di sangue, che se in questa prima parte della storia sembra tornare al suo posto, chissà che influenza avrà in seguito con i discendenti dei Löwensköld. La Lagerlöf ha sempre manifestato il suo disprezzo verso la guerra, tema ampiamente affrontato in Bandito nel 1918, e anche attraverso gli eventi narrati ne L’anello rubato, non manca di evidenziare come da un profitto ottenuto attraverso il conflitto e la morte, non possano che giungere nuovi guai e infelicità.