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L’anno della scimmia

L’anno della scimmia

Il 2015 si è concluso davvero male per la rocker Patti Smith: l’amico storico e collega Sandy Pearlman, che avrebbe dovuto essere con lei, è ricoverato per un’emorragia celebrale; il compagno di una vita Sam Shepard sta affrontando la degenerazione della SLA e come se non bastasse l’ultimo dell’anno, poco prima di un suo concerto, un tipo dal pubblico le ha vomitato sugli stivali. Per tutti questi motivi, Patti Smith decide, impulsivamente, di iniziare il 2016 a Santa Cruz, alloggiando al Motel dei Sogni. Da qui comincia un viaggio, sia fisico che psicologico, al confine tra razionale e irrazionale, tra voci nella sua testa e incontri particolari e irripetibili. Il cartello del motel continua a chiederle se ha sognato qualcosa, me lei si ostina a negare: “avevo pattinato al margine del sogno”. La tasca del suo giaccone sembra un’inesauribile fonte di misteri e ricordi. E ancora una volta spiritualità e fede sono guida e compagni di strada. Quel che resta da capire è: da che cosa sta scappando la Sacerdotessa del Rock? Dal dolore di una perdita imminente? Dall’età che avanza? Da un mondo che non le piace più perché diventato sempre più cinico e indifferente? Tra versi, citazioni e immaginari psichedelici, un reportage del viaggio nella coscienza affascinante di un’anima eterea. “Tutto è possibile, del resto siamo nell’anno della scimmia”...

Non avete letto male: è il cartello del motel che continua a tempestare Patti Smith di domande. Già dalle prime pagine infatti, L’anno della scimmia si rivela un romanzo-reportage in cui il confine tra realtà e fantasia è sottilissimo e impercettibile. Ricorda molto il surrealismo di Lewis Carroll, tanto che la stessa autrice menziona spesso Alice nel paese delle meraviglie. Del resto, non è difficile immaginarsi Patti Smith che dialoga con dei cartelli segnaletici: la cantante è sempre stata abile a costruire immaginari che ripercorressero realtà “altre”. Un diario di viaggio dunque che è allo stesso tempo una sorta di Ulisse, un flusso di coscienza che alla maniera di Joyce alterna citazioni (musicali, letterarie, perfino di cartoni animati), versi di poesie della stessa autrice, ricordi lontani, fotografie, episodi connessi a piccoli e apparentemente insignificanti oggetti (Proust è un altro riferimento che emerge spontaneo), notizie di cronaca e incontri con un sacco di altre vite. Menzione particolare va ancora una volta alle polaroid inserite nel testo, scattate personalmente dall’autrice, che come per ogni sua pubblicazione decide di affidare parti della narrazione alle immagini in bianco e nero che ha portato con sé. Un libro che racconta la sofferenza e la perdita, ma anche la gioia dei momenti vissuti; l’amore, del più vario tipo e nelle sue tante inclinazioni; la gratitudine, verso il palco che da anni calca senza mai stancarsi; e un profondo cammino spirituale, lo stesso iniziato con Just kids, che da sempre accompagna l’autrice in ogni suo gesto.