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L’arcangelo degli scacchi

L’arcangelo degli scacchi

Non c’era più niente da fare in America, bisognava lanciare la sfida all’Europa. Con questa idea nel 1858 Paul Morphy affronta l’Oceano Atlantico in compagnia del giornalista Fredreick Milnes Edge, per andare in Inghilterra con il desiderio di affrontare il famoso Howard Staunton, ma soprattutto con la voglia ossessiva di affermarsi nel panorama mondiale, appagare la sua sete di gloria. Paul ha imparato a giocare a scacchi sulle ginocchia di suo padre, giovanissimo. A dodici anni ha già battuto lo zio e alcuni importanti giocatori locali. Nel 1857 ha vinto tutto quello che c’era da vincere in America. Ha 19 anni, New Orleans gli è sempre stata stretta, ancora di più un futuro da avvocato, sulle orme del padre. Forse il nonno aveva capito qualcosa delle sue ambizioni, ma adesso non c’è più spazio per esitare, è arrivato il momento di prendere in mano tutto il mondo, di riportare tutto il mondo nelle 64 caselle della sua scacchiera, dove lui è il re imbattuto. Paul parte alla ricerca di una affermazione che non può non arrivare. Peccato che Staunton sia troppo impegnato con il suo libro: ma sarà vero? O forse il grande professionista britannico ha soltanto paura di perdere con un ragazzetto di vent’anni o poco più? L’attesa lo snerva, la ritiene offensiva, così come è offensivo quel continuo negarsi. Non resta che tornare in America e… abbandonare gli scacchi! Ha 22 anni e non ha mai pensato seriamente al suo avvenire: non ha un lavoro, non ha una moglie, né una fidanzata. Ecco, a 22 anni la sua vita finisce, o quasi…

Con questo romanzo biografico, il primo sugli scacchi a vent’anni dal successo (per dire la verità anche un po’ controverso considerando il tòpos abusato della partita con la morte) de La variante di Lüneburg (Adelphi 2013), Paolo Maurensig sceglie un’altra strada per raccontarci quel gioco spietato nato quasi sicuramente come “un fatto di sangue” e poi trasformatosi nella metafora della vita e della guerra. Stavolta Maurensig si concentra su un grande campione, il primo campione americano, modello temuto, probabilmente per il suo genio e per la sua instabilità mentale, dallo stesso Bobby Fischer, che con Morphy giocò una terribile partita psicologica a distanza, nel rincorrerlo, superarlo, allontanarsene. Morphy non amò mai definirsi un professionista, anzi rifiutò quel termine sentendolo quasi offensivo: era un cultore del gioco, ma soprattutto del suo ego. Proprio per la sua particolare personalità e per le sue ossessioni, Morphy è stato un prodromo dello stereotipo che vuole gli scacchisti utili come soggetti da psicoanalizzare, tanto che Reuben Fine comincia proprio da lui il suo libro, un classico, su La psicologia del giocatore di scacchi (Adelphi 1976), che terminerà appunto con una approfondita analisi di Bobby Fisher, passando per il russo Alexander Alekhine. Il romanzo di Maurensig, interessante e coinvolgente, è narrato dalla stessa voce del giovane Morphy, che sotto forma di diario annota pensieri ed ossessioni, paure e speranze, amori e delusioni, fino alla fine, fino all’ultimo istante. I 28 capitoli non hanno un titolo, ma riportano la trascrizione delle 28 mosse che segnarono l’affermazione di Paul a New York nel 1857, la partita geniale giocata e vinta, con i neri, contro Louis Paulsen. Quel giorno nasceva e moriva un genio.