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L’aria innocente dell’estate

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Inghilterra, 1933. Edith June Mather ha tredici anni ed è quel che si dice una “strana” bambina. Solitaria e con la testa tra le nuvole, spesso rimproverata perché abbandona i suoi doveri a metà, alla compagnia dei suoi coetanei preferisce di gran lunga quella dei libri, nei quali si immerge completamente. La sua è una mente fervida e ricca di immaginazione e a volte parla persino da sola senza rendersene conto, di solito per allontanare da sé pensieri o ricordi indesiderati. Suo padre George, scherzando (forse), a volte si picchietta il dito sulla tempia come a dire “Figlia mia, sei tocca”. Il 1933 è l’anno della famigerata siccità, che coglie di sorpresa gli agricoltori della zona: anche il padre di Edith è un agricoltore (possiede sessanta acri di terreno noti come Wych Farm), lo è stato suo nonno Albert e naturalmente, il suo bisnonno, ai tempi in cui si arava col giogo e si seminava a mano. Probabilmente anche suo fratello Frank, che ora ha sedici anni e dà già una grande mano nei campi, seguirà le orme di famiglia. Edith ha anche una sorella più grande, Mary, che dalla scorsa primavera vive a Monks Tye con suo marito Clive e il loro bambino; è strano in casa senza Mary, loro due sono state sempre molto legate: è come essere sospesi, come se dovesse accadere qualcosa (non si sa cosa) da un momento all’altro. O come giocare eternamente a nascondino, in attesa che qualcuno ti scopra. Intanto, le stagioni avanzano: l’estate calda, ma non proficua da un punto di vista del raccolto; l’autunno, all’inizio sorprendentemente mite e poi infiammato di arancione, rosso e oro. L’inverno gelido, ma per fortuna non umido; il Natale sottotono. Le novità arrivano con l’inizio di giugno, nelle vesti di Constance FitzAllen in sella ad una bicicletta rosso fiammante, mentre i Mather sono in piena fienagione; ogni anno Wych Farm è la prima fattoria della valle a falciare il fieno. Constance è una donna alta e sorridente; è disinvolta, fa tante domande, e sembra conoscere tutti per nome da quelle parti, compresa Edith; Solo che la ragazzina non ricorda di averla mai vista prima… Una donna sola, e che indossa pantaloni! Chissà quante chiacchiere scatenerà nel villaggio. Constance è una giornalista di Londra, sta conducendo una ricerca sulle usanze della campagna: tradizioni, ricette, dialetti e via discorrendo, tutte cose che stanno via via scomparendo, a causa dei cambiamenti portati dalla guerra. Bisogna preservare, celebrare l’esistenza di posti come quelli, afferma Constance, pronta a intervistare chiunque nei dintorni e a carpire tutti i segreti della vita campestre…

Una scrittura vivida e accattivante; una capacità descrittiva magistrale e così ricca di dettagli da venire accostata a quella di alcuni suoi conterranei illustri, come Thomas Hardy e Charlotte Brontë. La natura sembra infatti non avere segreti per Melissa Harrison (definita non a caso una nature novelist) scrittrice inglese contemporanea nativa del Surrey, laureata in letteratura inglese alla Oxford University. L’aria innocente dell’estate (All Among the Barley, nella versione originale) ha vinto il premio letterario dell’Unione Europea, ed è stato nominato libro tascabile dell’anno dalla catena di librerie Waterstone. Delicata e potente al tempo stesso, la voce della piccola Edith - tredicenne brillante in procinto di affacciarsi alla soglia della vita adulta - ci trasporta e ci fa letteralmente immergere nella famigerata campagna inglese, della quale percepiamo in modo chiaro i due rovesci della medaglia: la sua straordinaria, lirica bellezza da un lato, ma anche l’incredibile durezza dall’altro: vittima della guerra prima, e della Grande Depressione poi, povertà e timore regnano sulle infinite distese di frumento. Quanto è faticosa la vita per i contadini, uomini e donne che dall’alba al tramonto non conoscono tregua né riposo? Un’esistenza scandita dai tre fondamentali arare/seminare/mietere, in balia di eventi atmosferici non sempre favorevoli alla causa; una società, quella rurale, di stampo fortemente patriarcale, chiusa e sorda ad ogni minimo cambiamento o accenno di progresso. Per la piccola protagonista è faticoso farsi strada, concepire un programma per il futuro: le piacciono i libri, studiare, ma quello che ci si aspetta da lei è solo che badi agli animali e aiuti sua madre a preparare i pasti per gli uomini affamati di rientro dai campi. Comprensibile quindi che la presenza di una donna frizzante e indipendente come Constance - Connie - possa affascinare, incuriosire, rappresentare un modello al quale ispirarsi: Connie indossa i pantaloni con naturalezza, non ha paura di esprimere opinioni, né di parlare di politica con gli uomini. Parla di ritorno alle tradizioni, esaltando la vita rurale come l’unica in grado di rendere felici, attraverso la connessione con la natura. Ma è davvero solo nostalgia, la sua? O c’è un intento più profondo, quando Connie si riferisce con insistenza all’identità britannica? Melissa Harrison non pronuncia mai la parola “fascismo” all’interno della sua incantevole storia, ma è chiaro che quel l’infido seme stia iniziando lentamente a germogliare, innaffiato dalla rabbia, dall’esasperazione, dall’incertezza del futuro. Neanche la parola “femminismo” è contemplata, in un mondo dove la legge maschile predomina e sembra l’unica possibile. Eppure, Edith e le altre donne del romanzo - madre, nonna, sorella - sembrano portare in seno una sorta di magia, una forza antica che si tramanda e che non solo funge da barriera contro la violenza degli uomini, ma che è anche la testimonianza dell’unicità e dell’incanto femminili.