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L’arte della solitudine

L’arte della solitudine

Sante ed Elide sono sposati da tanto e “vent’anni di convivenza hanno sedimentato le abitudini, non c’è nulla da fare”. E le abitudini si fanno riti, che entrambi rispettano; come capita a tutte le coppie, insomma. Lui al mattino ha preso ad uscire presto, attento a non svegliarla, sa che la intralcerebbe inutilmente, mette le sue pantofole di lana sul termosifone così che lei le trovi calde, poi esce in silenzio. Da un paio di mesi non va più al giornale, che tanto stava per chiudere e così a Sante sembra di aver soltanto anticipato le cose, togliendosi la soddisfazione di sbattere la porta sul muso arrogante del suo capo. A Elide, però, non ha detto niente. “Non siamo programmati per appartenerci: siamo programmati per vivere assieme, per usare lo stesso bidet. Rassegniamoci. Ognuno ha il proprio mondo a cui badare, il proprio orto da innaffiare giorno per giorno. Ciascuno ha le sue angosce private da obnubilare”. Eppure lei sa. Sicuramente lei avrà notato che lui ha deciso di non lavarsi nemmeno più, ma non gli ha detto niente. Forse perché lo fa di mestiere – lei è psicologa – ma sua moglie ha capito tutto. Ha capito che a Sante serve tempo per rimettere tutto a posto. Il lavoro, la storia del bambino che non è mai arrivato, i tentativi all’estero andati a vuoto, il passato che torna nei ricordi, i pensieri. È quando si rifugia in strada, nella vita ai margini delle vie buie, con un cartone di vino a cancellare tutto per un po’, è soltanto allora, mentre, dividendosi una bottiglia, racconta le sue disavventure al buon Duilio, che vive in strada per scelta e dalla vita non ha ricevuto mai niente, che sante Bruni si sente vivo. Magari da schifo, ma vivo. “Io sono un tipo che vive di solitudine. Non ne posso fare a meno. […] Il bere è una forma estrema di solitudine. Quando bevi sei solo, sei una stanza buia. […] Il mondo è sempre là fuori che ti aspetta, ma per un po’, almeno, non ti prende la gola”. Ma è soltanto questione di tempo, anche Elide lo sa. Presto tutto andrà meglio…

Il giornalista, scrittore e blogger Aldo Boraschi, ligure classe 1964, è autore ormai di quasi una decina di romanzi, tutti abbastanza diversi tra loro e – soprattutto i più recenti – caratterizzati da una certa originalità che li impreziosisce. Dolce e onirico il precedente La voce del geco quanto inquietante e oscuro questo L’arte della solitudine, storia di un’anima graffiata e di una psiche incrinata negli anni più teneri, ricostruita capitolo dopo capitolo tra passato e presente. La convinzione di poter arginare eventi traumatici trascorsi come se appartenessero ad un’altra vita o a qualcun altro quando, magari a fatica, si è ricostruita una esistenza è – si sa bene – un pericoloso inganno. Come ha scritto Sigmund Freud ne Introduzione alla psicoanalisi, “Le emozioni inespresse non muoiono mai. Sono sepolte vive e destinate a riemergere in un secondo momento, in modi più sgradevoli”. Senza svelare il colpo di scena – che curiosamente ricorda un thriller psicologico che questa estate ha riscosso un notevole successo internazionale, La paziente muta del cipriota Alex Michaelides – che alla fine del romanzo dà un senso al lungo monologo di Sante Bruni, un giornalista sprofondato e sopraffatto dai problemi legati al lavoro, alla mancata paternità e all’alcolismo, si può certamente dire che l’affermazione del padre della Psicoanalisi sembra condensare il cuore di questa piccola storia drammatica e senza speranza. Piano piano il lettore è trascinato nel vortice disperato di una esistenza irrimediabilmente intrisa di solitudine e dolore incomunicabile che hanno le loro radici lontano, dove sembrava averle sepolte il protagonista, in un luogo in cui la dimensione del piccolo paese dominata da una forma di pseudo religiosità superstiziosa si mescola alle insicurezze e alle fragilità della primissima giovinezza, in un’epoca lontana e quasi surreale. È una sorpresa amara quella che aspetta il lettore alla fine di questo romanzo, una sensazione di angoscia difficile da ignorare. Insieme alla consapevolezza inquietante che “le emozioni inespresse” di cui parlava Freud probabilmente le abbiamo tutti, chi più chi meno, e che forse il fatto che possano restare sopite o farsi anche innocue dipende spesso soltanto da caso. Una trama intrigante; purtroppo però non ci si può esimere dal notare che un editing migliore e più curato avrebbe giovato molto al romanzo.