Salta al contenuto principale

L’arte di vedere le cose

lartedivederelecose

Guardare alla natura è un’arte, per questo è importante saperlo fare. Non ci sono delle regole di osservazione precise, ma si tratta di imparare a stabilire un contatto con quello che ci circonda e dare una giusta interpretazione agli eventi che accadono. Sentire la terra sotto i piedi, riempirsi i polmoni dell’aria prodotta dagli alberi, seguire il profilo della cresta dei monti e vedere come cade sinuoso per diventare valle e poi mare. Camminare, osservare, sentire, odorare, toccare, sono tutte azioni che ci avvicinano alla comprensione di fenomeni naturali, ma per farlo è necessario che siano tutte operazioni attive. Esiste un unico segreto per vedere le cose, ed è quello di allenare la mente a essere il più sensibile possibile, imparare a percepire le cose esteriori da noi stessi. Ognuno di noi ha capacità osservative diverse: c’è chi ha già di natura una predisposizione a un alto livello di attenzione (chi ricorda i volti delle persone anche dopo solo il primo incontro, per esempio) e chi invece ha una mente meno ricettiva, ma questo non vuol dire che non possa "imparare" a osservare con viva concentrazione. Spesso è la curiosità che alimenta la capacità osservativa. Ma cosa significa davvero essere un osservatore? Basta guardarsi intorno per poter dire di aver stabilito un contatto con la natura?

Queste sono alcune delle domande che si pone - e ci pone - John Burroughs nel saggio L’arte di vedere di cose. L’autore, vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 e intimo amico di Walt Whitman, è considerato uno dei più influenti letterati e poeti americani in ambito naturalistico. Senza alcuna pretesa di voler insegnare “a vedere le cose” e senza risultare nozionistico, in questo saggio John Burroughs crea quasi una sorta di diario, perché il libro è composto da pensieri e memorie di suoi vissuti. Partendo proprio dalle esperienze personali, l’autore ricostruisce, senza renderlo mai esplicito, un metodo di osservazione e ammirazione delle cose naturali che fa intuire al lettore una passione pura e genuina. Ma non solo. Osservare la natura, anzi, imparare a osservarla, serve all’uomo per connettersi con quegli elementi che lo sostengono e lo nutrono, e di conseguenza per connettersi con il suo lato più recondito e intimo. L’osservazione deriva dal senso della vista, ma non solo, è un qualcosa che coinvolge molti organi e tutto si può allenare: l’allenamento che suggerisce Burroughs è quello di indirizzare l’attenzione agli elementi esterni, convogliare i sensi nell’opera di disvelamento di tutto ciò che la natura occulta, e scoprire così perfino l’infinitamente piccolo. Un occhio allenato è un occhio in grado di cogliere anche ciò che non si stava cercando, e godere quindi di regali inaspettati, cogliendo quel movimento vitale che sottende tutte le cose e unendosi sinergicamente a lui. La scrittura poetica e sinuosa rendono il saggio di Burroughts una lettura delicata e potente allo stesso tempo, capace di far riflettere sul ruolo attivo che ha l’uomo nell’osservare le cose e del beneficio che può trarne imparando a connettersi con ciò che lo circonda.