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L’ascensore di Prijedor

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Prijedor, Jugoslavia centro-settentrionale, Kraijna, sponde del fiume Sana. Per secoli terra di confine fra Impero ottomano e Impero austriaco. Ottime potenzialità industriali, miniere; servono lavoratori. Siamo alla fine degli anni ’70. I lavoratori arrivano da tutti i variegati – per culture e religioni – territori del Paese; non conta che cognome abbiano. Dunque, servono alloggi per gli operai. A Prijedor allora sorge il condominio rosso 101; anzi due condomini, identici, uno blu e uno rosso. Ci abitano i lavoratori delle miniere. Nel cubo d’aria dell’ascensore si mescolano nomi di ogni provenienza (Toni, Darko, Saladin, Amir, Vera, Ekrem, Muhammed…), si mescolano gli afrori dei cibi delle varie cucine, le spezie diverse, gli usi diversi. Come un abile mazziere, l’ascensore mescola le carte di quel villaggio verticale che è il condominio rosso. I due condomini. Accanto ai palazzi, il vecchio ricurvo Taib, che ha scelto di rimanere nella sua casetta bassa nonostante gli crescessero a fianco quei due giganti di cemento armato, guarda un Tito di cartone costruito dai bambini che lentamente marcisce, si bagna, imputridisce, si scioglie, non c’è più. Dopo un po’ – siamo nei primi anni ’90 – l’ascensore del condominio non mescola più niente; anzi divide: quelli che abitano in un piano da quelli che abitano in un altro, quelli con un cognome dal suono un po’ sospetto e quelli dal cognome che va bene. Presagio del peggio che arriverà, un giorno l’ascensore mozza la testa a una bambina: in uno dei tanti blackout lei gioca a far risuonar la voce nel vano dell’ascensore; sporge la testa; la corrente ritorna; qualcuno chiama l’ascensore. Il condominio si sgretola, si rompe in pezzi. I vicini si fanno nemici dei vicini. L’ascensore porta al piano terra, davanti al portone d’ingresso, inquilini che non faranno più ritorno. Dai piani più alti cadono corpi; alcuni nello stesso punto. Alcuni appartamenti rimangono sigillati per anni, rinchiudono vite in isolamento. Nel cortile i nomi dei bambini che giocano si son fatti d’improvviso più omogenei…

Nel condominio rosso 101, l’autore, Darko Cvijetić, ci vive davvero dagli anni ’70. Le trasformazioni che racconta – in trentadue brevissimi capitoli e con stile asciutto, tagliente, rapido, scarno al limite del poetico, aneddotico- le ha osservate direttamente. Dice, in un’intervista, che queste storie scritte in 23 giorni, gli sono state dentro per 23 anni. Sicché quella che potrebbe apparire una metafora semplice – un condominio che si fa correlativo dell’intera Jugoslavia, del suo disfacimento e delle violenze interetniche che ne sono seguite – è in realtà un dato oggettivo e realistico. La metafora, piuttosto scoperta in verità, sta più che altro nel Maresciallo Tito di cartone, sommesso leitmotiv dell’intero libro, che marcisce e si disfa, dimenticato da tutti, mentre si scatena la violenza, mentre Prijedor e i suoi dintorni divengono una delle zone più atrocemente infami dell’ex-Jugoslavia, famosa per le fosse comuni e i campi di concentramento. Inoltre, l’ascensore, che è il vero protagonista della storia, alterna la sua valenza simbolica: se dapprima è luogo d’incontro e socializzazione che nel suo continuo e quotidiano movimento integra e tesse come una spola gli abitanti del palazzo, in seguito si fa cubicolo di morte, loculo, bara in movimento che trasporta vite già cadaveriche. Al riguardo, c’è da dire che nell’edizione originale il libro si chiama “Schindlerov lift”, chiara allusione alla “Schindler’s list”, ma in termini ribaltati. Per questa allusione, in seguito a un’intervista rilasciata in Germania, la ditta Svizzera di produzione di ascensori “Schindler” sta pensando di fare causa all’autore per diffamazione e quantomeno ha chiesto chiarimenti. Cautelativamente, in Italia l’ascensore è diventato di Prijedor “marca Schindler”, ma questo non lo priva della sua efficacia narrativa, né scalfisce affatto la potenza narrativa, amara e malinconica, di Darko Cvijetić (classe 1968).