Infuria la tempesta, le onde arrivano come schiaffi portati da mano enormi, il vento spruzza gocce intrise di salsedine sul viso e sui vestiti, aumentando col suo soffio la sensazione di freddo. Il viaggio dura da giorni ma sembrano mesi, anni. Ridotti e costretti come bestie su una superficie ridicola, una zattera che galleggia per scommessa e trasmette l’idea costante di qualcosa che da un momento all’altro si arrenderà al mare. Lark è un ragazzo insieme a una miriade di sconosciuti quasi tutti ostili, ognuno vede l’altro come un corpo che occupa spazio sottraendolo al prossimo e per questo serpeggia un odio silenzioso. Ad aggravare il tutto c’è la gamba ferita del padre, cosa che preoccupa Lark e rende agli altri l’immagine di un peso ancora maggiore; lo guardano come avvoltoi che aspettano di banchettare sulla sua carogna e poi gettarla al mare. Per fortuna Lark ha a fianco sua madre, che non solo lo rassicura ma custodisce il tesoro che può significare salvezza: i semi da cui germogliano le piante, gli ortaggi, il cibo, la vita. Valgono più del denaro, che ormai nel mondo di Lark non conta più niente, a volte più della vita. Grazie a quelli forse potranno lasciarsi per sempre alle spalle l’America disastrata da cui sono fuggiti e che ormai è un cumulo di macerie materiali e spirituali, per raggiungere così la nuova terra promessa, la verde e accogliente Irlanda che rappresenta l’unica oasi in mezzo a quel deserto in cui si è trasformato il mondo. Il viaggio è lungo, ma già un lembo di terra si inizia a scorgere all’orizzonte. Lark pensa che ormai manca poco, ma non immagina che il viaggio vero, quello più difficile, deve ancora iniziare…

È un post-apocalittico lirico ma cupissimo il romanzo di Silas House: il futuro è un’immensa distesa arida e infeconda, il mondo è ormai imploso in seguito agli effetti dell’inquinamento, dei disastri dovuti ai cambiamenti climatici, dell’esaurirsi delle risorse che hanno trasformato l’uomo nella bestia che si cela sempre dietro l’apparenza di civiltà, scivolando verso guerre e carestia. Gli Stati Uniti non sono più tali. È una lotta tutti contro tutti, non ci sono più governi o eserciti a garantire l’ordine. Lark e la famiglia, come tutti quelli che possono, scappano via verso l’Irlanda, che ormai pare essere rimasto l’unico paese al mondo ad offrire ancora accoglienza. Il viaggio che apre il romanzo è solo uno degli episodi della storia, che con intenzione rimanda al leggendario percorso dei padri pellegrini a bordo della “Mayflower”, quando una manciata di europei attraversò l’oceano per andare a costruire l’America. Un rimando che però è declinato all’inverso: dall’America si fugge, non si arriva; la terra promessa è la vecchia Europa. Nemmeno troppo velato è inoltre la critica al sistema sociale statunitense che ha di fatto contagiato il mondo e che nella visione dell’autore è nient’altro che un morbo capace di infettare tutto e distruggerlo. Non si salva nulla, nemmeno l’umanità - intesa come sentimento del solidale - e quando Lark metterà piede in Irlanda si renderà conto che anche là è pieno di nemici, come ormai dappertutto. L’ascesa di Lark è un romanzo avventuroso e commovente, a tratti angosciante, pessimista nelle premesse ma capace di ammettere spiragli di speranza; perché in fondo l’essere umano, per quanto in basso possa scendere, alla fine trova sempre un modo per risalire.