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Lasciar andare

Lasciar andare
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Gabe Wallach, rampollo di buona famiglia con il cuore dilaniato da pressanti dubbi sul suo futuro e dal lutto per la madre scomparsa, vuole fermamente decidere cosa fare della sua vita. La domanda principale però non è cosa fare, ma che tipo di uomo vuole essere. Un giorno, la chiamata improvvisa di Libby Herz, moglie del suo amico Paul Herz. A Gabe era già capitato di parlare al telefono con lei, ma gli era sempre parsa scostante e sulla difensiva. Stavolta nella sua voce si scorgono bisogno e una punta di esasperazione: l’auto di Paul si è guastata, nonostante la recente revisione, e l’implicita richiesta è di andarlo a recuperare. Libby, con il consueto tono sbrigativo, gli chiede di passarla a prendere, in modo da raggiungere Paul il prima possibile. Gabe è d’accordo e si dirige immediatamente verso casa Herz, dalle parti di Finkbine Park. La donna, magra, scura ed emotiva, ha un suo modo bramoso e rapace di essere bella, e nel conteggio mentale delle sue molteplici nevrosi Gabe non è rimasto comunque indifferente a quel corpo sofferente ma, tutto sommato, fascinoso. Due chiacchiere svogliate, di circostanza, ma una leggera tensione si può già avvertire nell’aria, una tensione che viene smorzata dal raggiungimento della meta. Paul ha già chiamato il meccanico e si sta accordando sul prezzo della riparazione. Il meccanico ripete fastidiosamente che si tratta di un catorcio; Paul fa mentalmente i conti per vedere se riesce a permettersi la riparazione; Libby ha già gli occhi velati di lacrime; Gabe osserva in silenzio questa scena di miseria coniugale…

Lasciar andare, già pubblicato decenni addietro con il titolo Lasciarsi andare da Bompiani, è il primo romanzo di Philip Roth, uscito nel lontano 1962 e ripubblicato solo oggi per Einaudi con la traduzione del solito, imprescindibile, Norman Gobetti. Cosa dire dell’esordio dell’allora ventinovenne Roth, che sino a quel momento non si era mai lasciato andare alle complesse strutture del romanzo, avendo preferito l’immediatezza fulminea dei racconti? L’opera, la più lunga partorita dall’autore (750 pagine, non tutte memorabili), presenta in nuce i tratti che faranno dell’americano uno degli scrittori chiave della letteratura contemporanea (l’acuta e dolente introspezione, la fedele descrizione della cultura e della religione ebraica, l’insanabile contrasto tra passione e ragione, i conflitti familiari e generazionali) ma allo stesso tempo soffre dell’incontinenza verbale tipica degli esordienti, innamorati della parola, debitori invadenti di illustri predecessori (qui Henry James fa capolino una pagina sì e una pagina no) e poco avvezzi alla limatura dei loro prodotti, intimamente sempre straordinari e geniali. E ciò, sulla lunga distanza, ovviamente si fa sentire. Roth, però, è tutt’altro che un autore strettamente narrativo e i tempi morti vengono parzialmente sanati dalla prosa apollinea e dalla sferzante dialettica nei dialoghi di personaggi che sembrano in balia di contingenze e dinamiche più grandi di loro, pur essendo in realtà gli unici artefici della propria infelicità. Ci sono Paul e Libby, coppia sbilanciata e scoppiata prima di cominciare, i quali hanno eretto fra loro l’invisibile muro della diversità e dell’incompatibilità (caratteriale, culturale, familiare, sessuale) continuando imperterriti a perpetuare una relazione dolorosa che dopo i primi vagiti bohemien si è spenta in un loop di frustrazione e destrutturazione psico-fisica. E che dire di Gabe, Narciso ricco e attraente ma costantemente dubbioso e intrappolato nella sofferta tensione fra passione e ragione, capace di castrare il desiderio verso Libby al punto da sublimarlo nella disinteressata bontà del procurare a lei, impossibilitata ad avere figli, una figlia adottiva rimediata da una studentessa improvvida, incosciente e piantata in asso da un partner occasionale. Loro e altri personaggi (Martha Regenhart, Theresa Haug…), tutti dipinti con un accurato quadro psicanalitico che ne pone in evidenza pregi e difetti, hanno come comune denominatore la caratteristica del non essersi lasciati andare, di non aver saputo rischiare e di essere, quindi, rimasti prigionieri di una realtà insoddisfacente che ha l’odore penetrante e stantio dell’occasione perduta.