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Lasciarsi cadere

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Questa è una storia madre e figlia. La scrittrice è moglie de Lo sceneggiatore e madre di un bambino che avrebbe potuto avere una sorella, ma è morta ai primi istanti di vita. Prima, era sposata con Il pittore e, andando ancora a ritroso nel tempo, era attratta da La fotografa. Lasciava che la immortalasse nuda e la toccasse solo con gli occhi, con l’obiettivo della macchina fotografica. La scrittrice ha sempre amato gli artisti. Dice che la vita è tutta nelle mani, prima che nel cuore. L’arte non ha certo insegnato loro a vivere nella morte, ma gli ha dato uno strumento per esprimere il dolore. È grazie alla tragedia della figlia che ha iniziato a scrivere un diario e che, oggi, mette i suoi pensieri su carta. Quando arriva la foto de La fotografa, tuttavia, è impreparata. La bambina avvolta dal fuoco della guerra nell’Est Europa, con le braccia spalancate come Cristo. Attorno a lei solo macerie, fiamme, sangue e urla, impresse dal solfito e dal carbonato di potassio in un rettangolo di carta lucida. La sua bambina era morta; quella bambina era l’unica cosa rimasta in vita. Quando lo stato depressivo de La scrittrice raggiunge l’apice, il ricovero è immediato. Attorno a lei, il cast della sua vita si raduna per salvarla. Ognuno con la sua arte ed ognuno con i suoi demoni. Non hanno saputo come salvare loro stessi, ma oggi, attorno a quel letto d’ospedale, non vogliono lasciar sprofondare chi li accomuna. L’arte che viene dalle loro mani è l’unico potere che sentono di esercitare in questa terra ed è proprio grazie a questo che tentano di agire. Addentrarsi nel sangue, nella guerra e nelle fiamme che la avvolge è la purificazione alla quale sentono di doversi sottoporre. La bambina della foto ha cambiato le loro vite per sempre. Hanno imparato a creare materia dal dolore, ma come reagire allo stimolo alla vita?

Lidia Yuknavitch è scrittrice, editrice e docente in Oregon. I suoi primi due romanzi, Il libro di Joan e La cronologia dell’acqua, hanno incantato lettori e critici di tutto il mondo. È soprattutto al secondo che si lega il suo nuovo scritto Lasciarsi cadere, portando avanti la stessa scrittura materica. Se nel precedente la lettura era fluida e seguiva lo stesso moto ondoso dell’acqua, qui è il fuoco a dettare legge. Ogni pagina brucia. L’elemento è predominante non solo nel ritmo, esplosivo, violento e bruciante: anche i personaggi sono accesi dalla fiamma dell’arte, la quale esercita in loro la stessa forza distruttiva e autodistruttiva. A legarli al mondo esterno è lo stesso fuoco, immortalato dalla fotografia di una scena di guerra dell’Est Europa. È così che Lidia Yuknavitch riesce a toccare il vero nucleo della sua sofferenza, compiendo un’opera che lega l’esperienza autobiografica con quella di milioni di persone. La guerra, la fame, lo stupro, la sessualità arrabbiata che lasciano solo cenere al loro passaggio. Una menzione d’onore va poi fatta al ritmo che la scrittrice è in grado di dare nei suoi romanzi. In Lasciarsi cadere le immagini si susseguono rapide e frammentate, come fossero istantanee di un rullino fotografico. Ogni scena è perfettamente divisa in soggetto e sfondo, senza la necessità di descrizioni. Ogni elemento parla da sé. La lettura è a volte una tortura. Non solo nei suoi passaggi più crudi, ma anche, e forse soprattutto, in quelli più tenui. Quelli in cui il frastuono delle bombe tace e resta solo il personaggio nel suo io e nella sua arte. Questo non la rende una lettura adatta ad ogni lettore e ad ogni momento della vita: ci vuole fegato. Approcciarsi a questo libro significa mettere in conto di soffrire, sentire spesso la gola e gli occhi bruciare e un impellente voglia di distoglierli dalla pagina. Tuttavia, il suo fascino, come accade con il fuoco, risiede proprio nel suo essere insieme vita e morte.