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Lasciate un messaggio dopo il segnale

Del giorno in cui il marito l’ha lasciata, Marina ricorda solo che alla radio stavano trasmettendo una canzone. Anzi, no. Ricorda anche di aver visto una vicina che stendeva la biancheria in cortile e di aver pensato che fosse un’idiota, perché forse sarebbe piovuto e i panni, li fuori, si sarebbero bagnati ulteriormente anziché asciugarsi. Da quel maledetto momento sono trascorsi dieci giorni e Marina non è ancora riuscita ad andare al piano di sopra. Le tapparelle di casa sono tutte abbassate e lei vive in penombra, una penombra interrotta solo dalla luminosità della TV sempre accesa. È in grado di distinguere il giorno dalla notte in base alla programmazione. Si nutre di crackers e cornflakes e suo marito le manca, moltissimo. Carmela, intanto, sta parlando con la segreteria telefonica di casa del figlio. Non è impazzita. Sa benissimo che per parlare direttamente con lui dovrebbe chiamarlo al cellulare e che l’uomo sarà in grado di ascoltare i messaggi che la madre gli lascia in segreteria solo quando rientrerà dall’estero. Ma è meglio così. Lui è impegnato a curare bambini e lei è così orgogliosa del suo ragazzo da non riuscire a chiamarlo direttamente per confessargli ciò che sta per dire alla sua segreteria. Sì, ha bisogno di confidargli cosa le sta accadendo, ma è necessario che lui, per il momento, non la ascolti. Solo quando sarà rientrato a casa ascolterà tutto con calma e capirà. Nel frattempo, a Madrid, Viviana incontra Inés che, insieme ad una comitiva di ragazzi, si trova in città per assistere ad un musical. Si sono incontrate sulla metro, all’ora di punta. Incredibile ma vero. C’erano davvero pochissime possibilità che accadesse una cosa del genere. Viviana infila una bugia dietro l’altra e non riesce a raccontare alla cugina che da tempo non parla più con la madre. Le dice invece che è molto incasinata con il lavoro. L’altra le fa notare che, per lavorare all’Ikea, non era necessario trasferirsi a Madrid. Viviana le risponde che il lavoro all’Ikea le piace. Ma anche questa è una bugia, la sua vera occupazione è un’altra…

Sotto un cielo carico di pioggia un’avvocata divorzista rigira meccanicamente il cucchiaino nel caffè e si ritrova a fare i conti con un abbandono: sette anni di vita condivisa racchiusi in una valigia grigia. Un mondo che cade a pezzi e mille certezze che si sgretolano. Intanto la vicina di casa si chiede come raccontare al figlio della sua malattia, come congedarsi dalla persona che più ha amato al mondo senza costringerlo a rivedere i propri piani, ora che ha trovato la sua strada, in Africa. E mentre c’è chi non ha la certezza che il desiderio di ogni donna - quel matrimonio da sempre rincorso e ritenuto perfetto da tutti, soprattutto da chi lo ha disegnato per lei - sia davvero il presupposto per il migliore dei destini possibili, c’è anche chi, quando non si prostituisce, le nozze le sogna eccome, ma sa bene che si tratta solo di un desiderio irrealizzabile. Quattro donne, quattro vite completamente diverse e ciascuna a modo proprio interrotta, si raccontano e si sfogano con chi non c’è. Lasciano i loro pensieri e i loro messaggi alla segreteria telefonica di uomini che non sono abituati ad ascoltare o non hanno il tempo per farlo. Dialoghi lanciati contro un muro di gomma che rimbalzano e tornano indietro. Confessioni e segreti raccontati ad un’immagine riflessa che un giorno, forse, potrà raccogliere i cocci di queste esistenze lacerate e capirne ogni singola sfumatura. Marina, Carmela, Sara e Viviana non si conoscono, ma tutte e quattro sono capaci di mettersi a nudo e di guardare in faccia - attraverso monologhi catartici con una segreteria telefonica, appunto - la loro realtà e i loro segreti. Arantza Portabales riesce con delicatezza e coraggio a raccontare il valore e il potere salvifico della parola, scrivendo di amore, di morte e soprattutto di vita in un romanzo che intreccia le confessioni delle protagoniste e ne fa il pretesto per narrare le emozioni, gli stati d’animo, le speranze e i desideri di ciascuno di noi.