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L’assassino dalla città delle albicocche

L’assassino dalla città delle albicocche

Il parco urbano di Gezi è a piazza Taksim, nel moderno distretto di Beyoglu a Istanbul. Ha al centro una fontana e agli angoli hotel di lusso. Nel 2013 nasce una mobilitazione civile per opporsi a un progetto di ricostruzione del parco che prevedeva l’abbattimento di 600 alberi, la costruzione di una moschea e di un supermercato. La protesta è dilagata poi in tutto il Paese e nel mirino è finito anche il governo di Recep Tayyip Erdoğan. La protesta non è solo in difesa degli alberi, ma anche della laicità dello Stato, minacciata dal partito filoislamico al potere. Migliaia di giovani si accampano nel parco e la loro voce si fa sempre più forte, ma le repressioni violente della polizia non si fanno attendere a lungo… Nazim Hikmet Borzecki è il più grande poeta turco, ma siede nel parlamento polacco. Il poeta polacco Tuwim, pur non capendo una parola di turco, adora le sue poesie. Hickmet ama la Polonia e i suoi paesaggi, ma ammette che gli è difficile vivere lontano da Istanbul. Dietro di sé ha lasciato solo ponti bruciati… Halil Bertaky è stato il primo storico turco a definire l’uccisione di massa degli armeni un genocidio. Per questo è stato perseguitato e vilipeso nei peggiori modi possibili. L’opinione pubblica turca obnubilata dalla linea di regime negava tutto definendo il massacro come “bugie armene”. Se in Polonia l’unico problema nel fare i conti con il passato lasciato dagli ebrei era solo chi si prendeva la casa o gli oggetti e se c’era concorso di colpa, in Turchia i beni degli armeni li ha presi lo stato, che versava in precarie condizioni economiche…

L’assassino dalla città delle albicocche del polacco Witold Szabłowski mette insieme giornalismo e letteratura. È scritto col piglio del narratore e con la precisione e il rispetto delle fonti del giornalista. È un reportage di viaggio, quasi un mosaico di tanti argomenti, che offrono un ritratto della Turchia contemporanea, senza trascurarne le radici storiche, cercando di spiegare questo paese pieno di contraddizioni. Il libro ha una genesi lunga. La raccolta di testimonianze ha inizio fin dai primi viaggi in Turchia dell’autore per gli scambi universitari. Si è subito innamorato del paese, del cibo e delle persone. È tornato molte volte, viaggiando in autostop e conoscendo molti camionisti. Per Szabłowski i camionisti sono come filosofi, passano tutta la giornata da soli, osservano la realtà circostante dai loro finestrini e pensano. Il libro nasce da quelle conversazioni e da quell’impostazione di pensiero. Illuminante è il capitolo su Recep Tayyip Erdogan, descritto dalla prospettiva dei suoi baffi e su come questi influenzino la politica turca. Un leader politico o il partito per il quale si vota è riconoscibile proprio dai baffi e dalla loro forma. I nazionalisti portano i baffi a forma di mezzaluna, i socialisti li portano lunghi e un po’ in disordine, il partito musulmano e gli islamisti portano baffi cortissimi di 2 o 3 mm. È stato un caso che l’autore si trovasse in Turchia proprio nel momento del cambiamento, esattamente nell’anno in cui Erdogan è salito al potere. Dittatore per l’autore è una persona che non si riesce a destituire attraverso elezioni democratiche. Si tratta di qualcuno che crea un sistema attraverso il quale le elezioni diventano finte, anche se normalmente indette. Szabłowski per molto tempo non ha chiamato Erdogan dittatore, nonostante egli avesse continuato a sottomettere le istituzioni turche e fatto arrestare i leader degli altri partiti. Ha iniziato a farlo quando ha attaccato i curdi in Siria. Molto toccante è il capitolo Per amore, sorella che illustra la condizione delle mogli dell’Est della Turchia. Sono costrette ad indossare il velo, a non mostrarsi troppo disinibite in pubblico e ad obbedire in tutto e per tutto all’autorità maschile. Allo stesso tempo, però, la prostituzione è legale, pertanto i mariti frequentano i bordelli, dove la donna è ridotta a mero oggetto. Se in Italia le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate il 5 agosto 1981, in Turchia l’uccisione di una donna, colpevole di aver macchiato la sua reputazione, per motivi futili, veri o inventati, è quasi normale. È il consiglio degli anziani a stabilire se la donna li ha disonorati. Quindi chiede al padre, al fratello, al marito o al cugino di ucciderla. Che scelgano loro il modo migliore. La pressione di questa comunità conservatrice e tradizionalista è talmente forte che la gente, passivamente, si arrende ad essa. Sarebbe imbarazzante per i turchi ammettere che si siano abituati al delitto d’onore. A dire il vero, tutti i governi hanno chiuso un occhio su questo peccato, non solo gli islamisti. Sulla lapidazione qualche voce di condanna, anche governativa, si è levata, ma la volontà di intervenire seriamente ha avuto poca durata. Witold Szabłowski ha scritto di persone e paesi lontani, ma tutto ruota sempre attorno alle sue esperienze legate alla Polonia. La sensibilità e cultura polacca sono sempre il suo punto di partenza. La Turchia è l’unico Paese al mondo che sorge tra due continenti e a dividerli c’è lo stretto del Bosforo. La città di Istanbul, dalle magiche architetture, si sviluppa proprio nel punto di contatto tra Europa e Asia. Per questo motivo geografico e per l’intricata commistione di lingue, culture, popoli, credenze e storia, si può giungere alla conclusione che la Turchia sia così complessa, articolata che ne sia difficile decifrarne la bellezza, ma la lettura de L’assassino dalla città delle albicocche ci dà una poderosa mano.