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L’atlante

L’atlante

Girare per le strade di Sarajevo nel 1992 equivale ad avere un bersaglio dietro la nuca: non si può rimanere troppo allo scoperto perché sulle colline intorno alla città, rintanata in quel budello attraversato dalla Milijacka, ci sono i cecchini che non risparmiano nemmeno i civili, anzi. Per questo l’auto deve affrettarsi a percorrere le viuzze, anche a centoventi chilometri orari, e sfrecciare al riparo dai proiettili che attraversano anonimi l’aria. Significa camminare con una sensazione di freddo sulla testa, quella del proiettile di metallo che potrebbe arrivare da un momento all’altro. La prima stanza dell’ospedale è piena di non-morti, di persone dilaniate da colpi che sono arrivati a quel benedetto bersaglio: alcuni hanno il volto rigato di sangue, gli occhi già neri e puzzano di un vomito acido; altri hanno il ventre squarciato. Ci si domanda se hanno sofferto, ma non è facile saperlo: se qualcuno grida dal dolore, altri affermano oggi che non hanno sentito nulla. Fuori c’è una panetteria, forse l’ultima aperta in una città che desidera avere armi e proiettili, piuttosto che farina. La fila è lunga fuori, è una fila rassegnata, ma anche speranzosa di poter portare a casa qualcosa da mangiare. Qualche chilometro più in là, a Zagabria, in Croazia, in un bar, tutti sembrano più tranquilli e ridono amari pensando a quello che rimane, ai pochi in tasca. Finché un soldato si alza e ricorda che senza di lui oggi nessuno sarebbe seduto dove si trova adesso...

L’atlante di William Tanner Vollmann, scrittore, giornalista e saggista statunitense, è una ricercata ed accurata raccolta di brevi racconti scritti fra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, raccolti secondo una struttura a palindromo per cui il primo richiama l’ultimo, ovvero il cinquantanovesimo, il secondo il penultimo e così via. Le storie riportate sono semplici quadretti dipinti in diverse parti del mondo, dalla ex Jugoslavia in disfacimento all’India, dalle Mauritius a Città del Messico, da New York e San Francisco. Ogni viaggio è spinto dalla necessità di conoscere, di ricordare, di imprimere su carta persone, sensazioni, emozioni o semplici immagini. Si tratta di brevi reportage poi smembrati e riassemblati per luoghi ed argomenti, a dimostrare la ciclicità dell’esperienza e la sua ricca varietà. Vollmann, che correda i racconti con sue fotografie ricordo, vive per scrivere e scrive per vivere: non c’è luogo che sfugga al suo occhio, per la sua vivida freschezza ed ingenuità, per la sua pregnanza nascosta di significati. Seguendo il modello dichiarato in premessa dei Racconti in un palmo di mano del premio Nobel (1968) giapponese Kawabata Yasunari, la narrazione non è fluida e discorsiva, piuttosto eccentrica e frammentaria, perché l’intento non è quello di srotolare un plot dove tutte le cose e le persone trovino una connessione, ma lasciare che le connessioni, se ci sono, riemergano trovando il loro posto senza forzature. Una bella prova narrativa.