Salta al contenuto principale

L’atroce delitto di via Lurcini - Commedia nera n. 3

In un grande spazio coperto adiacente alla stazione ferroviaria di Firenze trovano “casa” - spazi di 3 mt per 3 delimitati dai nastri da cantiere – decine di famiglie, coppie single e financo una coppia di turisti norvegesi (chissà poi cosa ci fanno lì). Sono gli invisibili, quelli che per l’anagrafe non esistono, gli homeless, quelli che frugano nei cassonetti (e infatti l’aspetto generale del luogo è quello di un magazzino di robivecchi). In fondo al lato lungo del capannone c’è una pedana rialzata, con sopra montata una tenda e un vecchietto in giacca da camera che legge il giornale accomodato su una seggiolina da spiaggia. Ma lui non abita nella tenda, è di guardia per sincerarsi che nessuno disturbi la privacy dell’inquilino della suddetta tenda, che per inciso si è autonominato proprietario e gestore del capannone. La tenda è dotata di tutti i comfort, un pitale uno specchio un bacile per l’acqua una sveglia, una specie di fornello e un baule munito di serratura. Quando l’uomo si sveglia, peraltro male come chi ha preso una sbronza colossale, si avvicina alla bacinella per sciacquarsi il viso e scopre con orrore che l’acqua via via che la usa diventa rossa: è imbrattato di sangue e non ricorda assolutamente cosa possa essere accaduto. Franzes, così si fa chiamare, esce dalla tenda e chiede al vecchio a che ora lo ha visto tornare e in che condizioni fosse, ma Turbe ridacchiando gli dice solo che era messo male e non sa che ora fosse non possedendo un orologio. Nel mettere in tasca i pochi spicci della pigione (sì perché i 3x3 costano un euro al giorno a persona e 50 cent per l’uso dei servizi, pagamento anticipato), si trova in tasca anche centocinquanta euro in biglietti da 50 e come nel caso del sangue, non ha la più pallida idea come ci siano arrivati…

Il pungiglione di Francesco Recami torna a fare capolino, sempre nascosto nei panni “rassicuranti” di una commedia, ma come sempre letale. Recami ha più volte dichiarato che il suo intento è di mettere sotto i riflettori (e alla gogna) le situazioni più assurde a cui siamo ormai assuefatti, che consideriamo normali perché di stretta attualità. In realtà il nostro più che un riflettore usa una lampada di wood, presente quella luce blu che si usa per vedere quello che la luce naturale non lascia vedere? Ecco, bravi, come in CSI. Stavolta la punta su qualcosa di più o meno invisibile, il mondo degli homeless, i senza tetto. Anche fra chi sembra aver scelto una vita senza vincoli e legami – ovviamente sono esclusi i senza tetto per necessità, che negli ultimi anni sono aumentati purtroppo a dismisura – fra chi homeless lo è per scelta, soprattutto fra quelli che occupano degli spazi comuni anziché gli angoli di marciapiedi, esistono delle gerarchie. Esattamente come fra quelli che la sera tornano a casa. La realtà di molti di loro è che sono costretti a sottostare alla tirannia di altri che per amore o per forza vivono la stessa situazione ma sono più sgamati o cattivi. Vengono in mente quei posti dove uno decide chi può restare e chi no, tanto nessuno sa che quella scuola abbandonata o quel capannone dismesso è in realtà un dormitorio. In questa Commedia nera n. 3, Recami svolge alla perfezione il ruolo del karma, ed esattamente come il karma è politicamente scorretto, senza la minima ombra di pietà nei confronti di chicchessia. L’umorismo va oltre l’ironia diventando sarcasmo e probabilmente per questo diverte moltissimo anche parlando (a voler essere pignoli) di un problema assolutamente drammatico. Un inno all’ironia, che rimane uno dei modi migliori per inquadrare i problemi anche se ahimè non per risolverli.