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Latte di fico verde

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Gli ha telefonato qualche ora prima, con tono concitato - sembrava proprio fuori di sé - pregandolo di incontrarsi appena possibile, alle quattro al Café de la Ville. Simon è così, Haim lo sa, sempre sopra le righe, o tremendamente abbattuto, ma quella voce al telefono alterata in tal misura, turbata, lo ha angosciato più del solito. Come è possibile non agitarsi in una simile situazione, con un figlio che ti implora di vederlo subito, e ripete “Subito! Subito!” insistentemente. Haim mentre cerca parcheggio in centro città pensa a come riesca oramai a trovare conforto solo nel suo laboratorio, quando provette e luci azzurrognole lo trasportano in un mondo che sa padroneggiare, nel quale riesce ad orientarsi con sicurezza. Con Simon, invece, ogni piccola cosa diventa un teatro di scontro, una possibilità di disaccordo. Anche l’aspetto del figlio irrita Haim: vedere Simon sempre vestito con capi sdruciti, spiegazzati, abbinati senza alcun criterio, quasi a voler ostentare una miseria -finta-, è davvero una beffa per lui, che la povertà l’ha vista e vissuta realmente. Naturalmente Haim ama Simon, semplicemente non sa come comportarsi con lui. Il suo amico psicologo gli dice di avere molta pazienza, ma davvero sembra non aver fine questa situazione. E pensare che Simon avrebbe così tante possibilità. Non come Haim, cresciuto in periodo di guerra, sesto ed ultimo figlio sul quale la madre riponeva tutte le speranze per un futuro accademico…

Questa opera prima di Bianca Gabrielli è un breve romanzo delicato, molto piacevole, che si avvale di una scrittura puntuale e soave. Nonostante i temi drammatici trattati e le storie dei protagonisti affatto facili, l’autrice sceglie uno stile piuttosto leggero - ma non superficiale -, che non sviscera ma fa intravedere, che non insiste sui particolari ma lascia spazio alla sensibilità e alla immaginazione del lettore. È una scrittura evocativa, che tenta – riuscendoci - di donare alla lettura una certa dimensione sensuale, fisica, descrivendo odori, colori, immagini ben precise e nette - il profumo casalingo della torta di cioccolato, l’inebriante aroma dei gelsomini, gli occhi scuri di kajal. E questi particolari - gli odori di alici ed harissa, gli squarci di luna, gli occhi che spuntano da una sciarpa, i fiori e le sigarette - diventano importanti, simbolici per gli stessi protagonisti, le cui vite sembrano costruirsi su grandi solitudini, su arcaici vuoti continuamente perpetrati nel corso di generazioni e mai pienamente soddisfatti. Perché possiamo riempire la casa di amici, avere una famiglia, dei figli, una buona professione, ma spesso questo non basta, non basta affatto. Accade che non troviamo casa per la nostra sensibilità, costretta a vagare tra città, professioni, abitazioni, persone in attesa di un profumo, di un incontro che la riportino finalmente a riposarsi, a ritrovarsi, ad essere in pace. E, a volte, anche questo ritrovarsi può accadere.