Salta al contenuto principale

L’attualità del bello

attualitadelbello

Il rapporto di mimesi fra reale ed arte si rompe definitivamente con l’avvento delle ‘nature morte’, quando cioè l’arte smette di essere una raffigurazione passiva e quanto più verosimile possibile imitativa della verità e si carica di valore simbolico. L’arte, diventando simbolo, si ammutolisce, nel senso che balbetta per un eccesso di informazioni che superano il mero aspetto fattuale per raccontare senza dire. Ad esempio la rappresentazione della caducità della vita ed il senso di effimero sono riassunte implicitamente dall’immagine di un limone sbucciato; oppure per l’esatto contrario si ricorre ad un allettante melograno, rappresentazione di rigogliosità. Le immagini delle cose inanimate, almeno apparentemente inanimate, acquisiscono spazio nel contesto, lo riempiono, debordando oltre il contesto stesso che le contiene. La superficie diventa tutto lo spazio visivo, va oltre, finché il dipinto diventa libero, esiste autonomamente anche contro la volontà stessa dell’autore. Ritroviamo cioè quell’impostazione platonica dell’uno e dei molti, della molteplicità dell’uno e dell’unicità dei molti…

La raccolta di scritti del filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, proposta da Marietti 1820 con un saggio introduttivo di Riccardo Dottori che ne ha anche curato la traduzione, mette insieme un ventennio di riflessioni filosofiche ed estetiche, dal 1954 al 1974, che spazia con disinvoltura dalla pittura (bellissime le pagine sulla Tempesta di Giorgione) alla poesia lirica. È un tentativo, ben riuscito, di esplorazione e allo stesso tempo di fondazione dell’estetica come ermeneutica, non a caso concepito in forma di contraltare, anzi a corredo, agli studi di letteratura che negli stessi anni prendevano forma intorno alla produzione saggistica dell’altro accademico tedesco Hans Robert Jauss, operante nell’ambito della letteratura: l’opera d’arte, sia essa un’espressione visiva o un’espressione verbale, non è un semplice messaggio, ma un processo attivo e poetico, nel senso filologico del fare, fra chi la concepisce e chi ne usufruisce. Potrebbero sembrare, oggi, riflessioni scontate ed oramai acquisite, ma se lo sono è perché pensatori e critici come Gadamer, filosofi figli degli insegnamenti di Martin Heidegger, hanno battuto quelle strade. Come tutti i figli, Gadamer è andato oltre la dottrina del padre, o dei padri se si pensa che l’ermeneutica spunta come disciplina (magari in modo inconsapevole) già a cavallo del XVIII -XIX secolo con Friedrich Schleiermacher. In Gadamer c’è ovviamente maggiore consapevolezza del ruolo attivo del fruitore, il cui compito è raccogliere la sfida dell’artista cercando di leggerne le suggestioni, ma anche fornendone di nuove e forse impensate dall’autore stesso. I testi non sono di facile ed immediata lettura, presuppongono un’attenzione attiva da parte del lettore che comunque è accompagnato per mano in un viaggio oltre il tempo, ma per concetti ed immagini, dal quale esce inevitabilmente arricchito.