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L’autobiografia della nazione

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Quando il fascismo irrompe prepotentemente sul palcoscenico della storia nazionale italiana, pochi riescono a coglierne la vera natura. Ancora di meno, poi, sono quelli che ne percepiscono la pericolosità e i possibili risvolti autoritari. Soprattutto in quelli che possono essere definiti gli anni del limbo: i mesi delle violente spedizioni squadriste; delle altrettanto violente polemiche innescate da Mussolini, capo del movimento e direttore del “Popolo d’Italia”. Fioriscono perciò le interpretazioni più disparate. Qualcuno considera il fascismo un fenomeno anarcoide, destinato a spegnersi rapidamente. Altri la semplice manifestazione degradata di un reducismo duro a morire. Ancora più oscura, poi, è la questione delle sue origini e della sua autentica missione storica: una reazione al pericolo rosso? Un contraccolpo alle ventate rivoluzionarie che sferzavano l’Italia del primo dopoguerra? Una condizione patologica che ha infettato lo stato liberale e che finirà presto? La confusione e la polemica regnano dunque, nel lasso di tempo che separa la fine della Grande guerra dalla marcia su Roma, prima che la situazione di chiarisca. Ma c’è una voce che si leva dal fronte liberale che testimonia una sorprendente lungimiranza…

Cesare Panizza raccoglie in questo agile volume gli scritti che Piero Gobetti ha dedicato al nascente fascismo. Lo studioso, nella sua densa Introduzione, mostra al lettore come il giovane liberale e polemista avesse compreso prima di altri la vera natura di quello che sarebbe diventato il “mussolinismo”. Gobetti ha infatti indicato nel tornaconto personale, unito ad una debolezza ideologica congiunta ad un opportunismo radicale, la cifra che avrebbe portato al successo il fascismo. Un movimento, avverte subito Gobetti, in cui ribollono pulsioni diverse; in cui è confluita la canagliesca presenza dei futuristi; in cui gli agrari, certo non minacciati da alcuna sedicente rivoluzione comunista, vedono lo strumento per riaffermare i propri privilegi. Insomma: un movimento regressivo, destinato a mutare pelle, cedendo il posto al culto del tiranno e all’arrivismo di Mussolini. Che sarebbe diventato uomo di Stato nel momento in cui il fascismo squadrista sarebbe morto. Perché, dopo il Risorgimento abortito, con la creazione di una massa di non-cittadini, in Italia il terreno sarebbe stato propizio, proprio grazie alla presenza di un popolo scettico e impolitico. A testimoniare questa intuizione sono proprio gli articoli scelti con cura, ed inseriti nella ricca antologia che impreziosisce il volume.