Putin è morto e, come era facile prevederlo, è iniziata una sorta di “deputinizzazione”. Il primo passo, prima che culturale, è persecutorio: è iniziata la caccia all’uomo nei confronti di tutti coloro che hanno sostenuto in vario modo il regime: c’è chi fugge in Corea, chi è rinchiuso in un ospedale psichiatrico, chi cambia sesso per non farsi trovare. I prigionieri politici sono rilasciati e dedicano tutti i propri sforzi alla costruzione della nuova Russia. Poi, iniziano i processi. Il potere tra tutti trova Chomjačenko, che per vent’anni ha ricoperto la posizione di vicesegretario dell’ufficio presidenziale. Proprio per questo si suppone che abbia sostenuto, facilitato e forse persino promosso i peggiori crimini commessi dalla politica interna. In altre parole, Chomjačenko è una sorta di “grande vecchio”, regia segreta di ogni misfatto e artefice del fascismo di stato. Emerge perfino un documentario in cui è dimostrato che il leader massimo non era che una marionetta nelle sue mani. Nel frattempo, ritornano in patria esuli ed ex “agenti stranieri”, tra cui Boris Grigor’evič Turgenčikov, che viene subito reclutato per fare da difensore nell’imminente processo contro lo stesso Chomjačenko. La ritrosia dello scrittore è palpabile, l’impresa sembra impossibile, eppure è proprio la statura morale dell’autore e l’insistenza di una prominente attivista per i diritti umani a rendere l’idea assurda una possibilità esigua…

Boris Akunin è autore di romanzi storici che è molto riduttivo definire “gialli”. Inoltre, è un appassionato di Giappone (più correttamente, uno iamatologo) e “Akunin” è in realtà lo pseudonimo che lo scrittore di origine georgiana ha scelto e che si può tradurre come “canaglia”. Nel luglio del 2025 un tribunale militare russo ha condannato Akunin in contumacia (vive a Londra dal 2014) a 14 anni di reclusione per “giustificazione del terrorismo” per un suo commento sulla natura violenta dell’invasione dell’Ucraina del 2022 da parte della Russia. Questo libro piuttosto sottile è qualcosa di più di un romanzo di fantapolitica, di satira o dello sfogo di uno storico (Paolo Nori lo definisce “una specie di Alessandro Barbero un po’ più popolare”)., pur contenendo tutti questi elementi. L’avvocato del diavolo è animato da una sottile ironia e autoironia su come potrebbe andare un eventuale cambio di regime in Russia nel momento in cui è stato scritto. Come spesso accade nella letteratura russa gli indizi sono nei nomi dei personaggi. Lo scrittore alter ego di Akunin si chiama Turgenčikov, che unisce il nome di Turgenev - gigante della letteratura autore, tra l’altro, di Padri e figli - e di Čičikov, il protagonista delle Anime morte di Gogol’. Quindi il personaggio ha un aspetto pubblico di autorità morale del paese e un aspetto interno un po’ più gaglioffo di chi, anche umanamente, cerca il modo migliore di uscire da una situazione socialmente e politicamente impossibile. Curiosamente, non è un romanzo amaro, ma luminoso, divertente e pieno di speranza, impreziosito dall’affettuosa introduzione di Paolo Nori. Senza dubbio un ulteriore tassello per la comprensione della Russia di oggi e, presumibilmente, di domani.