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Le affinità alchemiche

Sono appena iniziate le vacanze estive quando papà Daniele comunica a Giovanni che la madre Antonella e la sorella Selvaggia sarebbero tornate a vivere a Verona. Lui ha sempre vissuto lì, in una villetta a due piani con il padre notaio e non ha praticamente contatti con la madre e la sorella gemella, che si sono trasferite a Genova dopo la separazione dei genitori, quando Giovanni e Selvaggia avevano un anno. Ora però la madre poliziotta ha ottenuto il trasferimento a Verona e i due poli della famiglia possono ricongiungersi. Giovanni non si lascia entusiasmare da questa notizia, ormai abituato alla loro assenza, e continua la sua monotona vita, cadenzata dai quotidiani allenamenti di nuoto. Tutto cambia quando incontra per la prima volta Selvaggia. Lei sconvolge i suoi piani, i suoi pensieri e le sue azioni. Selvaggia, col suo nome, presagisce un carattere difficilmente addomesticabile e questo Giovanni lo capisce fin dalla prima sera che passano insieme, quando lei lo trascina controvoglia in una discoteca dove si ubriaca e si scatena ed è lui che deve prendersi cura di lei. La lunga estate che hanno davanti permette ai due fratelli gemelli di imparare finalmente a conoscersi, ma pian piano scoprono che non è fraterno l’amore che li unisce…

Romanzo d’esordio della giovane Gaia Coltorti, Le affinità alchemiche parla di un amore incestuoso dirompente come solo un amore adolescenziale può essere. L’argomento dell’incesto è un tema sicuramente scomodo ma comunque letterariamente accattivante e che apre a interessanti sviluppi narrativi perché associato alla condanna morale collettiva dell’atto. Ma ci sono fin dall’inizio alcuni elementi poco convincenti: una famiglia spaccata a metà fin da quando i bambini erano piccolissimi, che abita a pochi chilometri di distanza e che non è mai riuscita per 17 anni a far incontrare i due fratelli può essere inverosimile, e purtroppo è proprio l’inverosimiglianza di questi presupposti che indebolisce fin dall’inizio una trama che prosegue senza momenti di particolare entusiasmo. La cornice veronese nella quale è ambientata la storia serve a Gaia Coltorti come richiamo costante all’impossibilità della storia d’amore tra i due fratelli, seppur la storia di Giovanni e Selvaggia non risulta essere così struggente e convincente da far urlare ai nuovi Romeo e Giulietta (così come era stato pubblicizzato questo libro). Un elemento sicuramente interessante e apprezzabile è la narrazione in seconda persona che si rivolge a Giovanni per tutto il tempo, interrogandolo e aiutandolo a ricostruire gli eventi. Lo stile narrativo inciampa però nell’uso di un vocabolario aulico e pretenzioso, che non si addice alla semplicità della storia e alla freschezza dei protagonisti. La sensazione generale alla fine della lettura è che Gaia Coltorti sappia scrivere, ma abbia voluto dimostrarlo con l’uso di paroloni non necessari e una sintassi barocca: la giovane età (ha pubblicato il romanzo prima dei vent’anni) e l’inesperienza sicuramente hanno remato contro in questo senso, dunque credo che in futuro nuove storie nate da questa penna potranno essere un prodotto davvero valido.