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Le amazzoni

leamazzoni

Non sono mai state in spiaggia di notte prima d’ora. Angela, Sara e Margherita si stringono l’un l’altra e pensano che avrebbero dovuto portare uno scialle. Accanto ad Angela, il vestito di cotone di Margherita si gonfia per il vento, mentre Sara è alla destra delle sorelle, esile e slanciata, e stringe le palpebre scrutando verso casa, per capire se tra le spighe si nascondano i passi della madre che viene a cercarle. Il vecchio maestro della scuola - giunto a Tripoli da giovane, subito dopo la fine della guerra italo-turca - si è sempre detto convinto che il momento giusto per vedere le tartarughe sia l’alba e Sara ha proposto alle sorelle di avventurarsi sulla riva per assistere al magico momento. Il papà è partito di notte con il carro, per raggiungere l’oasi del mercato del venerdì e, di solito, quando lui non c’è, la mamma si alza presto per cucinare prima di recarsi al lavoro nei campi e quindi non si sarà accorta dell’assenza delle bambine, che si sono calate dalla finestra della casa colonica e, correndo lungo il sentiero e costeggiando le alte spighe, sono arrivate fino alla spiaggia. Ora sono le cinque passate da poco e il vento spazza la battigia brulla, mentre le stelle scompaiono, tutte tranne una. Ed eccole, le tartarughe avanzare una alla volta, poi due alla volta, poi dieci e oltre, finché nel giro di pochi secondi diventa impossibile contarle tutte. Le tre sorelle cercano di allontanare i gabbiani, che vorrebbero avvicinarsi alle tartarughine, tirando loro sassi e urlando a più non posso. All’improvviso, una serie di strilli sopraggiunge alle loro spalle. I loro nomi si uniscono in un unico suono, furioso, nell’inconfondibile voce arrabbiatissima della mamma. È sufficiente una singola occhiata di rimprovero per far capire alle bambine che devono rientrare immediatamente a casa, dove la madre infila al braccio di una di esse la cesta di vimini, lascia un mucchio di panni sul tavolo e, prima di tornare nei campi, intima alle figlie di lavarli tutti entro il suo ritorno dal lavoro…

Sognare la libertà - quella libertà rappresentata dalla figura di donna bellissima e selvaggia vista correre sul suo cavallo in una sera d’estate in cui desiderare sembra ancora possibile e il dolore è ancora un sentimento sconosciuto - per non soccombere. Ecco cosa rappresenta l’amazzone vista in lontananza, dal tetto di una casa colonica, dalle tre sorelle protagoniste del romanzo d’esordio di Manuela Piemonte, che affronta una pagina di Storia piuttosto recente ma sconosciuta ai più, dedicata agli oltre tredicimila bambini, figli di coloni libici, imbarcati nel 1940 - pochi giorni prima che Mussolini dichiarasse guerra a Francia e Regno Unito - su otto navi della Regia Marina e destinati alle colonie italiane della GIL per quella che avrebbe dovuto rappresentare una sorta di vacanza - anche se lo scopo ultimo restava quello di conoscere la patria e diventare bravi seguaci del regime fascista - e che si trasforma invece in una vera e propria prigionia lunga cinque anni. Lasciare la Quarta sponda - così viene denominata la Libia in quegli anni - e i genitori per vivere un’estate di bellezza: il sogno di Sara, Angela, Margherita e gli altri bambini che, come loro, arrivano alla colonia loro destinata in Italia, si scontra fin da subito con le continue richieste di sacrificio ed obbedienza delle vigilatrici, chiamate a educare le piccole ospiti ma responsabili in realtà della perdita dell’identità di ciascuna di esse. Bambine schedate, separate, identificate attraverso numeri di matricola, rasate a zero per far loro perdere ogni connotato che le possa in qualche modo caratterizzare; piccoli corpi obbligati ad obbedire e a lavorare senza fare capricci; giovani anime cui non viene concessa né una carezza né una tenerezza. In un crescendo di privazioni, sofferenze e dolore che violano l’infanzia e la soffocano, l’unica arma per sopravvivere resta il sogno. E Sara, Angela e Margherita si aggrappano con forza al sogno di libertà che – ora lo sanno - quell’amazzone vista in Libia, mentre correva indomita sul suo cavallo incurante nei confronti di ogni imposizione o limitazione, rappresenta. Una storia potente, affrontata con grande sensibilità, che racconta la solitudine, il senso di frustrazione e di abbandono, l’infanzia strappata e interrotta, la forza della coesione e il valore della speranza. Un invito a non arrendersi e a ergersi, sempre e ad ogni costo, a difesa dei valori più importanti per la vita di ciascuno.